Perché ho mollato un lavoro da 95mila dollari per andare a vivere ai Caraibi

Quattro anni fa Noelle Hancock ha mollato un lavoro strapagato a New York per andare a vivere in un'isola dove non conosceva nessuno. Qui ti spiega perché

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C'è una gallina dentro la mia doccia. Sono le 8.30 di mattina, mi sono appena svegliata e mi sto guardando allo specchio del bagno. Mi giro per caso, ed eccola lì, che beve l'acqua che è schizzata in giro mentre mi lavavo. E non è il primo animale che mi viene a trovare. Da quando mi sono trasferita qui nei Caraibi, ho avuto diversi incontri ravvicinati con tarantole, scorpioni e anche qualche lucertola. Ma la gallina mi ha colpito più di tutti.

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«E tu, cosa ci fai?», le ho chiesto. Mi ha guardato un po' strano. In effetti, la domanda giusta sarebbe: «Che cosa ci faccio io qui? Com'è che sono finita a vivere in un'isoletta di 4.100 abitanti, dove condivido il bagno con un pollo»?

Tutto è iniziato quattro anni fa. Vivevo ancora a Manhattan, facevo la giornalista free lance e mi portavo a casa 95mila dollari l'anno. Abitavo in un appartamento carino (e senza animali) nell'East Village, un quartiere vivace, pieno di comodità e di cose da fare. Ma New York è una città che non perdona: devi passare la maggior parte del tempo a sgobbare per permetterti di viverci. E quando sei circondata da persone ambiziose, uno dei lati negativi della vita sono gli orari infernali. A volte, passava anche un mese prima che riuscissi a vedermi con la mia migliore amica. Trovare un buco temporale nel quale incontrarmi per un aperitivo con altre persone, impegnate come me, era più difficile che essere ammessi in certe università (i cocktail, tra l'altro, erano cari come il fuoco!). È buffo sentirsi soli in un'isola abitata da 4 milioni di persone, ma mi sembrava di passare le mie giornate a fissare gli schermi: del computer, del cellulare, dell'iPad. A New York ci sono televisori persino sugli ascensori e nei taxi. Ero stressatissima, non avevo stimoli e mi mancava la concentrazione. Se non fai altro che pensare di aver bisogno di andare in vacanza, forse quello di cui hai davvero bisogno è una nuova vita. Non facevo che ripetermi: «Ho bisogno di andare in vacanza». Non vivevo il presente: ero in attesa di un momento non meglio precisato del futuro, in cui sarei riuscita a mettere da parte abbastanza soldi da permettermi un bel viaggio da qualche parte. Se finisce che pensi solo a questo, forse in realtà, ciò di cui hai davvero bisogno è una nuova vita. Ma io ero complice di me stessa. Non ero soddisfatta di come vivevo, ma in un modo o nell'altro mi andava bene così.

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Un giorno, come sempre ero lì che lavoravo al computer. Stavo finendo di rivedere le bozze di un libro che avevo appena terminato di scrivere. Ma non riuscivo a concentrarmi, pensavo a cosa avrei fatto, adesso che avevo finito il manoscritto. Mi erano arrivate diverse offerte per nuovi lavori, ma nulla di cui fossi entusiasta. Ho divagato per un po', il pc è andato in stand-by ed è spuntato fuori lo screen saver, un paesaggio tropicale. Ecco qualcosa che mi elettrizzava. Quello che volevo fare veramente (e a cui pensavo da anni, a dirla tutta) era smetterla di trascorrere i giorni davanti a un monitor, e iniziare a vivere dentro ciò che quello schermo mi stava mostrando. E cosa me lo impediva? In quel momento non avevo un lavoro che mi obbligasse a restare, né un fidanzato. Per la prima volta in vita mia ero assolutamente libera.

Pur sentendomi un po' ridicola, ho scritto su facebook che volevo trasferirmi nei Caraibi, in cerca di qualche consiglio sul posto dove andare a vivere. Subito la sorella di una mia amica mi ha suggerito St. John, la più piccola delle Isole Vergini. È nota anche come "la città dell'amore" per via degli abitanti, che sono gentilissimi. E ci sono anche alcune delle spiagge più belle del mondo. Ho buttato un occhio fuori dalla finestra: a New York stava cadendo la neve fittissima. E sul marciapiede centinaia di passanti, scocciati e perennemente di fretta, sbattevano uno addosso all'altro, senza neanche chiedere scusa. A quel punto, sono corsa a farmi rinnovare il passaporto. Sorprendentemente, è stato facilissimo smantellare la vita che avevo costruito nel corso degli ultimi dieci anni. Ho disdetto il contratto di affitto, ho venduto tutto quello che avevo e mi sono comprata un biglietto di sola andata. La parte più difficile è stata convincermi che non c'era niente di male nel fare un passo così grande solo perché avevo voglia di grandi cambiamenti.

«Come si fa a trasferirsi in un posto che non hai neanche mai visto», mi diceva arrabbiata mia madre.

«A volte bisogna buttarsi e basta», le ho risposto io, mostrando più sicurezza di quanta ne avessi davvero.

Un mese e mezzo dopo, sbarcavo a St. John. Non sapevo cosa avrei fatto, non avevo amici ed ero anche conciata in modo osceno, con un vestito stampato a palmette e un paio di scarpe da barca. Però qualcosa mi diceva che le cose sarebbero andate per il verso giusto.

La mia è una famiglia del Sud molto tradizionalista, che crede nel Sogno Americano: studia, trovati un lavoro da brava borghese e sposa uno della tua classe sociale. Insomma, i miei genitori sono rimasti abbastanza sconvolti quando hanno saputo che avevo trovato lavoro in una gelateria di St. John: «Ma hai studiato a Yale... E hai già 31 anni!», mi hanno detto sconvolti. Forse ho scelto uno stile di vita un po' da sindrome di Peter Pan. Ma la verità è che mi sono sentita immediatamente più felice a vendere gelati, pagata 10 dollari l'ora, che non quando ne portavo a casa quasi centomila a NY. È stato il primo lavoro che ho trovato. Non era un'attività intellettuale, e la cosa era rilassante. Ero a contatto con la gente, ci parlavamo dal vivo anziché mandarci email ed sms. E alla fine della giornata, chiudevo il negozio e il resto del tempo era tutto per me. Per fortuna, non tutti si preoccupavano quanto i miei. «Quando mi sono trasferita qui io, 25 anni fa, mio padre continuava a dirmi che stavo buttando via la mia vita», mi ha raccontato un giorno una cliente abituale, anche lei "fuggita" da una metropoli. «Poi tempo fa è venuto a trovarmi e mi ha detto: "Avevi ragione tu, su tutto. Io, che sono quasi alla fine della mia esistenza, non vedo l'ora di andare in pensione e trasferirmi in un posto come questo. Solo che forse sarò troppo vecchio per godermelo"».

Cruz Bay, la città principale dell'isola, consiste in un serie di stradine intricate, qualche bar all'aperto e una serie di ristoranti. A St. John non ci sono semafori (anche se capita spesso di doversi fermare per far passare asini, iguane e naturalmente polli). Non ci sono ipermercati. Il wifi non c'è dappertutto. Le scarpe non sono obbligatorie. E giriamo su Jeep scassatissime, perché non importa a nessuno di che macchina guidi. E se non hai l'auto, puoi fare tranquillamente l'autostop, tanto ci si conosce tutti. Ci facciamo la doccia usando acqua piovana filtrata raccolta in cisterne. Gli indirizzi non esistono (se chiedi come si arriva a casa di qualcuno, le indicazioni tipo sono: «Dopo il cassonetto gira a destra, casa mia è quella bianca in fondo alla strada, quella dove vedi un canotto bucato in giardino»). La sera ci ritroviamo tutti in spiaggia a guardare il tramonto. Ora riesco a vedere i miei nuovi amici ogni giorno. E quando non lavoriamo, andiamo a fare trekking, immersioni o un giro in barca fino alle Isole Vergini Britanniche.

In questo periodo faccio la barista. Il motivo è che mi ero sempre chiesta come sarebbe stato lavorare in un bar, e ora lo sto sperimentando. A volte ripenso alla classica domanda che mi facevano sempre ai colloqui di lavoro: «Dove vorresti essere fra cinque anni?». Ho sempre trovato deprimente l'idea di sapere in anticipo che vita avrei fatto in futuro. Qui non si sconvolge nessuno se inizi lavorando come cuoca, poi molli tutto per andare in Thailandia a fare l'istruttrice di sub per sei mesi e quindi ti trasferisci in Alaska a lavorare su un peschereccio. Abitando all'estero ho capito che puoi vivere in modo diverso: non bisogna per forza fermarsi in un posto e fare sempre lo stesso lavoro. Forse alcuni di noi sono fatti per spostarsi di tanto in tanto, hanno bisogno di cambiare lavoro e sperimentare vite diverse.

Quando vedo che alcuni miei vecchi colleghi o amici stanno facendo carriera, mi chiedo se ho fatto la scelta giusta. Un'ex compagna di università, tanto per fare un esempio, ha creato un sito internet che ha chiamato... Pinterest. Un'altra ha appena vinto un Emmy per aver ideato un programma tv che ha fatto il pieno di ascolti nel mondo. Io, però, ho un'isola. Vivo in un bilocale un po' scassato ma carinissimo, in collina e con vista mare. Il che ci riporta alla gallina che mi spia dalla doccia. Ma da dove sarà entrata? Si vede che girava per il bosco qui fuori, sarà finita per sbaglio sul mio balcone ed è entrata dalla porta a vetri che lascio sempre aperta per godermi la brezza marina. La faccio uscire, con il sorriso sulle labbra e mi fermo un attimo a guardare in estasi la vista che si gode dalla mia finestra. La luce del sole brilla scintillante sulla superficie dell'acqua. All'orizzonte c'è qualche barca a vela, che solca le onde in modo armonioso. Un'immagine praticamente identica a quella che avevo come screen saver ormai diversi anni fa. Quando la mia vita era agli antipodi di come è oggi.

C'è una frase di J.R.R. Tolkien che va molto di moda qui a St. John, sulle magliette e gli adesivi per le auto: "Non tutti quelli che vagano sono perduti". Ultimamente mi è capitato di pensare di trasferirmi altrove, in un luogo che sia l'esatto opposto di questo. Magari in Europa. Le possibilità sono tantissime. È proprio l'idea di avere questa possibilità che mi riempie di una felicità selvaggia. Chissà dove sarò. Di sicuro, non saperlo è davvero fantastico.

Leggi anche: 10 segnali che stai lavorando troppo (e che è ora di andare in vacanza!)

Da: Cosmopolitan

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