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Sto uscendo dall'ufficio quando lo vedo. Sta per passare il badge anche lui, il tizio carino del terzo piano. L'ho incontrato una volta al super sotto casa e ho scoperto che abita dalle mie parti. Con un'accurata opera di spionaggio aziendale ho scoperto di lui le seguenti cose: 1) è single; 2) è interista.

Ignoro un eventuale nesso tra le due cose.

Sorrido, saluto, badgio, esco dal portone. Poi, come se mi fosse appena venuta in mente un'idea geniale, proprio lì guarda, in quel momento, giro su me stessa e gli domando con rapido sbattito di ciglia: ma... vai a casa, mi dai un passaggio?

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Ed eccoci sul marciapiede in direzione parcheggio.

Urge argomento di conversazione più originale del tempo e dell'ultimo premio produzione.

Presto, presto presto, fatti venire in mente qualcosa...

«Tifi per l'Inter?», domando, fingendo che la rivelazione mi venga dalla spillina attaccata al suo zainetto.

Lui conferma, con un sorriso da bambino felice.

«Non capirò mai questa vostra passione per il calcio» aggiungo, sottintendendo un ammiccante: “Spiegamela tu”.

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L'ammiccamento non viene colto.

«Non puoi capire: è una fede, è una religione. E' come un innamoramento. E' come la passione per le scarpe che avete voi donne. Quando la squadra segna provi un piacere molto simile all'orgasmo», risponde.

Addirittura. Dubito proprio, ma evito di dirglielo. Come non dico che a me non è chiara nemmeno la passione per le scarpe. Ma è inutile perdersi in chiacchiere: sono sulla buona strada, l'argomento gli sta a cuore.

Tiro fuori una vocina melliflua: «Ma dimmi un po', se posso chiedertelo: io di calcio non capisco niente, ma mi sembra che la vostra squadra sia sempre così... come dire... sfortunata... Sembra che non ve ne vada bene una...»

Concludo la frase e capisco tutto, in meno di un secondo. Capisco come deve sentirsi un calciatore nell'istante in cui, dopo aver tirato un calcio di rigore, si accorge che ha messo a segno l'azione peggiore della sua carriera.

Insomma, mi rendo conto di aver fatto una cazzata.

E non perché lui la prenda male, anzi. No, no, lui si accende rapidamente come un bosco sardo a 42 gradi all'ombra.

«E' così: noi siamo un po' come Paperino. Ma la faccenda è molto complessa. Cerco di fartela breve».

38 minuti. Cronometrati sull'orologio della sua auto, sul quale butto l'occhio quando non sono troppo impegnata a controllare che l'Interista Invasato da cui ho accettato (ma che dico? a cui ho voluto pervicacemente estorcere) un passaggio, nel pieno della sua esaltazione calcistica, sterzando, frenando, battendo i palmi delle mani sul volante per ribadire i concetti, non metta sotto, nell'ordine: una vecchietta col bastone, un ragazzo in bicicletta, un bassotto.

«..... 1998.... 2002..... Moggi.... intercettazioni... Juventus.... giustizia sportiva e giustizia civile... Facchetti.... Moratti.... prove inconfutabili... Ronaldo... Mourinho... negare l'evidenza... due scudetti rubati... Napoli.... arbitri venduti... camorra... cocaina... doping...», le parole, sparate a decibel superiori al limite legale, mi colpiscono come una raffica di pietre e poi si inseguono in disordine, totalmente prive di senso compiuto, nel tragitto tra i miei padiglioni auricolari e il mio cervello.

Provo a sorridere, a interagire. Niente. Comunicazione interrotta. E quel che è peggio è che siccome non voglio deluderlo, il povero Paperino, mi sforzo pure si seguire il discorso. Mi viene il mal di testa. Con una sgommata finale parcheggia sotto casa mia.

Altro che proporgli un aperitivo: con la testa confusa come dopo una serata in discoteca, scendo dall'auto con tanta fretta che quasi cado giù dalle zeppe.

Strano aver finora mancato una lezione di vita così importante: un tifoso te lo puoi (forse) portare a letto. Parlarci di calcio, MAI. Se è un interista, poi…

***

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