Tutto quello che non sai su Lady D in una mostra a Torino

Lady Diana era uno spirito libero, un'icona di stile, una madre e una donna bellissima fin da quando il suo nome era semplicemente Diana Spencer. Una mostra le rende omaggio nelle Sale dei Paggi della Reggia di Venaria

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Sono passati vent'anni dal tragico incidente che le costò la vita e per renderle omaggio le Sale dei Paggi della Reggia di Venaria - Torino - per la prima volta sede di una mostra, aprono le porte al pubblico (dal prossimo 8 luglio fino al 28 gennaio 2018) a quella che vuole essere a tutti gli effetti la commemorazione di una icona mondiale di femminilità e di forza, con tutti i paradossi e le sue sfaccettature. Lei che era donna nel senso pieno del termine, come ci auguriamo di esserlo noi ogni giorno.

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Era una principessa, faceva parte di diritto della famiglia reale inglese eppure per tutti lei era la principessa del popolo: come ci riuscisse non è dato saperlo. La sua vita aveva i contorni della favola, come i suoi abiti, spesso non consoni alla vita regale perché troppo "british" nello stile, lei che difficilmente riusciva ad accettare le costrizioni dell'ambiente di corte, le etichette, le regole: è qui che si fa strada la sua forza. E' qui che noi tutte iniziamo ad amarla. E' qui che inizia a riempire le copertine dei maggiori settimanali mondiali dal Time ad Harper's Bazaar, è qui che i grandi stilisti iniziano a cambiare la sua immagine, su tutti Gianni Versace (che morì lo stesso anno della principessa, era il 1997).

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La curatrice della mostra è una giovane scrittrice, storica dell'arte, Giulia Zandonadi: "Quale ragazza non ha mai sognato di incontrare il principe e di vivere felice e contenta? – ci domanda - Diana rappresentava proprio quel mondo, ideale ed edulcorato. In realtà, le principesse non sono solo la facciata che mostrano, sono donne in carne ed ossa e la loro bellezza, come quella di qualunque essere umano, sta nelle fragilità e nelle sfaccettature che esprimono", al suo fianco Fabrizio Modina, creativo polivalente, designer di moda: "Andandosene improvvisamente, lasciava un'importante dichiarazione al mondo: non tutte le favole hanno un lieto fine. Così abituati a immaginarci le principesse circondate da abiti ricamati di perle, carrozze e castelli di marmo, non ci eravamo resi conto di essere arrivati al XX Secolo. Avevamo bisogno che una giovane donna sostituisse il valzer con il rock, le crinoline con il jeans, le scarpette di cristallo con le Jimmy Choo. Oltraggiosa, irrispettosa, magnifica. E dire che non esistevano neppure i social media. Se lei fosse ancora tra noi, avrebbe un profilo su Instagram?".

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La sua iniziale timidezza, un cruccio negli anni da teenager, mutò giorno dopo giorno in ribellione, consapevolezza, autorealizzazione. Inglesi e non, tutte le donne volevano essere Diana anche quando restituì alla suocera, con il cappello e il cappotto sempre en pendant, la tiara tempestata di diamanti e il titolo di "Altezza Reale". Arrivò dove quasi giunsero i Sex Pistols nel 1977 con la pubblicazione dell'irriverente singolo "God Save the Queen". Ricordate? Quella copertina è ancora stampata sulle t-shirt delle ragazzine alternative, con l'animo vintage. Diana però superò il punk facendo apparire vecchie come mai prima di lei le preziose tappezzerie di Buckingham Palace.

All'inizio fu costretta ad indossare degli improbabili (?) tailleur floreali e i cappellini di paglia, erano gli anni '80, poi il suo guardaroba incominciò a mutare: meno rose e più tinta unita, via i maglioni jacquard e benvenute le giacche maschili in tweed, e poi scollature a effetto sorpresa. I look di Diana, partendo dal suo esagerato abito nuziale, dettavano la tendenza più delle copertine delle riviste di moda.

Era giovanissima e impacciata nella parure di diamanti, con quei capelli cotonati, divenne sicura di sé nel giro di pochi anni, e la ritroviamo fasciata nell'abito sexy di Gianni Versace che la faceva sembrare più una "super model" come Linda Evangelista che la madre del futuro re d'Inghilterra.

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Al make-up pensava da sé, ma non ai capelli, affidati all'hairstylist Sam McKnight, che per lei aveva creato l'indimenticabile taglio corto proprio per una cover nel 1990: "Non è per me, Sam. E' per le persone alle quali faccio visita o che vengono per vedere me. Loro non mi vogliono vedere in versione "tempo libero", vogliono una principessa. Diamo loro quello che vogliono", gli disse quel giorno Diana.

Faceva l'occhiolino ai cappelli con veletta, ma gli preferiva gli abiti di Christina Stambolian (1994). Memorabile quel completo in stile militare di Catherine Walker, con il cappello di Graham Smith indossato nel 1987 per assistere alla parata a Sandhurst. Indimenticabile il giorno in cui arrivò a Portsmouth per una cerimonia in occasione del ritorno in patria del Reggimento Reale dell'Hampshire dalla Guerra del Golfo (1991) con un abito di Catherine Walker ed un cappello di Philip Somerville.

Ecco perché le persone si rispecchiavano in lei, perché in lei ritrovavano le loro difficoltà e i loro errori. Lei che fu sempre più reale che regale, lei che amava mettere in secondo piano la principessa per lasciare posto alla donna. Ci piace perché scomoda e fragile. Come tutte le donne forti.

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