Sono stata vittima di molestie. È una storia di cui non ho mai parlato pubblicamente. Fino a oggi

Non l'ho mai raccontato e, pensavo che la mia storia non meritasse attenzione. E invece ora so che non è così

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Anch'io ho subito degli abusi sessuali. Ne sono stata vittima talmente tante volte che non riesco neanche più a ricordamele tutte. È una cosa patetica, infame, che dà il voltastomaco.

«È quello che succede alle donne», mi rispose mia madre quando la chiamai, preoccupata dalla farsa di questa campagna presidenziale. «Potrei raccontarti così tante storie che non ne hai idea». Mi ha raccontato qua e là qualcosa dei tempi in cui faceva la produttrice di programmi sportivi in una tv, verso la fine degli anni Settanta. Quando era l'unica donna in mezzo a un branco di uomini, spietati e di potere.

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Mentre raccontavo a mia madre della violenza che avevo subito piangevo, e vagavo senza metà. Era un mercoledì sera. Piangevo, mentre leggevo le miriadi di tweet con l'hashtag #NotOkay che girano questa settimana, in cui milioni di donne (ma anche di uomini) raccontano le loro esperienze di abusi sessuali. Piangevo anche ieri, mentre guardavo Michelle Obama che faceva quel suo discorso epocale, che ci ha fatto capire quello che provano così tante donne in fondo al loro cuore.

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E ho anche pianto quanto mi hanno molestata.

Mi stavo facendo fare un massaggio in un posto in cui ero già stata molte altre volte. Ero esausta. Ero appena tornata da un viaggio, mi sono sdraiata sulla pancia e poi mi sono messa di lato, con il seno coperto da un asciugamano. Mi sono addormentata, mi capita spesso. E dopo poco mi sono svegliata, perché sentivo le mani di un uomo che mi massaggiavano il seno da sotto l'asciugamano. Mi sono girata di scatto, e lui ha tolto le mani dal mio corpo. Non mi sentivo a mio agio, ma mi sono detta che, forse, mi ero sbagliata. Il massaggio è andato avanti. E io mi sono riappisolata. E a quel punto mi svegliai davvero, perché le sue mani premevano con decisione sui miei genitali. Ho aperto gli occhi, e l'ho fissato. Il suo sguardo ha incrociato il mio, quello di una donna sotto shock, e poi mi ha penetrata con un dito. Lo ha spinto dentro di me, fino in fondo, e ha iniziato a muoverlo avanti e indietro. Mi sono sentita raggelare. Mi sono venute le lacrime agli occhi, così come ce le ho adesso, proprio mentre scrivo questo articolo. Sono saltata giù dal lettino, e sono indietreggiata, schiena contro il muro. Mi ha guardato in silenzio, e preso dal panico ha aperto la porta ed è scappato via di corsa.

LA PRIMA VOLTA CHE HO SUBITO DELLE MOLESTIE, NON SAPEVO NEANCHE COSA FOSSERO LE MOLESTIE

Rimasi lì, come paralizzata. Cos'era successo? Quell'uomo aveva davvero approfittato di me, era davvero entrato così nella vagina di una ragazza di appena 22 anni, e in una circostanza come quella, in cui ero tanto vulnerabile? Mi sono rivestita e sono schizzata fuori da quel posto, senza salutare nessuno e senza pagare. Sono tornata a casa, immersa nel silenzio. Sono entrata in casa. Ero da sola, e sono crollata a terra in lacrime. Il mio ragazzo tornò più tardi. All'inizio non gli dissi niente, perché non ce la facevo. Poi, anche se presa dal disgusto e dalla vergogna, sono crollata, mi sono fatta forza e ho espresso le mie emozioni. Quando gli dissi che mi avevano toccata, lui era sbigottito. Voleva andare al centro massaggi e parlare con il proprietario, ma io non volevo che lo sapesse nessuno, mi vergognavo.

La prima volta che fui molestata, non sapevo neanche che cosa fossero le molestie. Avevo 12 anni, e aspettavo mia madre nell'atrio del suo ufficio, con il mio cagnolino in braccio. Un uomo in giacca e cravatta venne lì ad accarezzarlo. E mentre giocava con Kasie, iniziò a parlare. Ma le sue mani non rimasero sul cane a lungo. Dopo poco iniziò ad accarezzare anche i miei seni, che iniziavano appena a spuntare. Continuava a parlarmi, e il suo sguardo si spostava dai miei occhi al mio seno. Passarono alcuni minuti, mentre la gente entrava e usciva dall'edificio. E lui continuava ad accarezzarmi. Alla fine trovai una scusa, gli dissi che dovevo andare da mia madre, e me ne andai. Non ho mai più visto quell'uomo e, fino a oggi, non ho mai parlato di lui. Quando ero un po' più grande, ma ancora una ragazzina, una sera sono uscita a cena, a New York, con una mia amica, la sua famiglia e alcuni altri amici.

Quando i suoi genitori se ne andarono, rimanemmo da sole, anche se eravamo ancora minorenni, e il ristorante si trasformò in un locale notturno. Mi piaceva come avevano decorato l'ambiente, e il manager, parlando, mi disse che dovevo assolutamente vedere i bagni. Non mi sembrava che si nascondesse nessun pericolo dietro quella affermazione, e poi sapevo che all'entrata del bagno delle donne c'era una guardia. Fu il manager a scortarmi, e quando arrivammo davanti al bagno, continuò a camminare ed entrammo in uno sgabuzzino. Si tirò giù la cerniera dai pantaloni, e mi spinse la testa, costringendomi a inginocchiarmi per terra, in mezzo alla sporcizia, dicendomi: «Dai, piccola». Soffocavo, ero sotto shock. E intanto osservavo quell'uomo, massiccio, gigantesco, che mi guardava dall'alto. Appoggiandomi alle sue ginocchia, sono riuscita ad alzarmi, aprire la porta e scappare fuori. La guardia era sempre fuori dal bagno delle donne, come se nulla fosse. Scossa, ho cercato di ricompormi mentre tornavo al tavolo. I miei amici erano ancora lì, ignari di cosa mi fosse appena capitato, e io non dissi loro nulla. L'uomo non osò neanche avvicinarsi al tavolo per il resto della serata. E io non sono più tornata in quel ristorante, né ho parlato con nessuno di quell'esperienza terribile. Perché pensavo che fosse colpa mia, e perché mi sembrava in qualche modo insignificante. Ecco un'altra delle ragioni per cui le donne #NonDenunciano.

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Potrei aggiungere storie di uomini che sul treno, mi si sono strusciati addosso per farmi sentire il pene in erezione, o di altri che, passando in moto, mi hanno toccato la coscia mentre ero per strada, aggiungendo i loro commenti da bar. O storie di uomini che mi hanno infilato la lingua in gola sbattendomi contro il muro in mezzo al corridoio, appena a qualche metro dai miei amici. Senza parlare di tutti quelli che ci gridano dietro frasi oscene per strada, che ci stanno appiccicati addosso, che si attaccano dove non devono, che ci infastidiscono con i loro commenti, i loro sguardi e i loro gesti volgari.

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Però, visto che non sono mai stata stuprata, visto che nessuno mi ha mai costretta a fare sesso e che non sono stata oggetto di violenze fisiche, non mi sono mai vista come una vittima. Non ho mai parlato con nessuno delle mie storie, non ho mai creduto che meritassero attenzione. Ma ora so che non è così. Sono storie vere, storie personali che devono essere condivise.

La campagna elettorale di Donald Trump ha spostato i riflettori della nazione su questa cultura dello stupro. Dopo il video clip in cui Trump si vanta di aver baciato e palpato diverse donne senza che loro fossero consenzienti, milioni di donne ora condividono le loro esperienze di vittime di abusi. Alcune sono anche uscite allo scoperto, e hanno accusato Trump di averle molestate. E nonostante abbia registrato un video di scuse una settimana fa, Trump ha anche chiarito di non capire, oppure di non essere interessato, all'impatto che hanno le violenze sessuali. Ha cercato di minimizzare i suoi commenti su come "afferra le donne per la vagina" parlando di conversazioni da spogliatoio, e ha detto che la giornalista di People che aveva dichiarato di essere stata molestata da lui non era in realtà così attraente perché lui le stesse davvero dietro. I suoi galoppini hanno dichiarato che gli accusatori sono solo alla ricerca del loro quarto d'ora di fama, e che dovremmo tutti tornare «agli argomenti importanti, su cui faremmo meglio a concentrarci».

Io non sono una persona fragile, una paurosa o un'inetta. Ma sono sconvolta dalla frequenza con cui oggi si verificano i casi di molestie, e dal modo in cui la società porta avanti questa pericolosa retorica e lo sfruttamento maschile del proprio potere. Le molestie sono una violazione, sia fisica sia emotiva. Ferisce, sotto ogni punto di vista. Le parole e i comportamenti di chi se ne macchia non sono mai scusabili, sono sempre indifendibili. Eppure, ogni volta che sono stata una vittima, a sentirmi in colpa ero io. Pensavo di essere stata io ad aver fatto qualcosa di inappropriato, qualcosa di sbagliato, qualcosa che avesse incitato quei comportamenti perversi. Per quanto triste, visto il modo in cui un uomo che si candida alla carica più importante di questa nazione riesca a far cadere la colpa sulla vittima, non sorprende che la dinamica sia questa.

Se la campagna presidenziale di Trump lascerà in eredità qualcosa di positivo, saranno le donne che gridano le loro storie davanti ai suoi vanti sessisti e alle azioni criminali che forse ha compiuto, denunciando così la frequenza e l'intensità delle violenze sessuali e verbali, e delle molestie fisiche in un mondo che anche troppo spesso normalizza o dimentica azioni e dichiarazioni di questo tipo.

«In troppi credono che questo sia solo un altro titolo da giornale, quasi che il nostro sdegno fosse eccessivo e non richiesto. Come se fosse tutto normale, come se si trattasse solo di politica», ha dichiarato Michelle Obama nel suo discorso di ieri. «Non è normale. Non è la solita politica. È vergognoso, e intollerabile».

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