8 problemi che puoi capire se hai l'accento sardo

​Metti le doppie ovunque (ok questa è facile) e il romanesco ti si attacca con una facilità incredibile. Cess! 

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1. Metti le doppie ovunque. È il nostro marchio di fabbrica. Per un sardo del sud (Cagliari e hinterland), come il sottoscritto, raddoppiare le consonanti, in particolare nei finali di parola, è un "inconfondibbille" marchio di fabbrica. Se capitiamo in giro in centro a Milano o a Roma e qualcuno ci sente parlare, anche solo di sfuggita, è garantito che si volterà di scatto per farci quella domanda che odiamo e amiamo allo stesso tempo: "Sarddo sei?". Ma non dobbiamo far caso all'ironia dei continentali: essere riconosciuti, in fondo, ci riempie di orgoglio.

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2. "Mì a zio Efisio!". Il Sardo è una lingua difficile. Tra regole ferree e una terminologia di antichissima origine, farsi capire è spesso impresa ardua. Quando parliamo con i continentali dobbiamo sempre sforzarci di far valere l'elevata caratura della nostra lingua. Se ci scappa una frase come "Mì a Zio Efisio!" (al di là dell'uso improprio del complemento di termine, tipico anche di altre regioni d'Italia), è doveroso buttarsi in un'analisi linguistica e raccontare le ragioni di quel "mì". Questa espressione, infatti, non è un aggettivo possessivo, ma il troncamento del verbo "mira", ossia "guardare". Un po' spagnoli, un po' latini, riusciamo a stupire anche il più colto dei continentali.

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3. Usi l'ajò, esortativo e raffinato, come se non ci fosse un domani. Chi ignora il Sardo pensa che l'espressione "ajò!" (sempre e solo con il punto esclamativo!) non significhi nulla. Veniamo imitati e canzonati per questa piccola parola, ma tutto ciò a noi non strappa nemmeno un accenno di sorriso. Vediamo di sfatare questa credenza... In verità, "ajò" è la dimostrazione della raffinatezza linguistica dei sardi. Più che come prima persona plurale del verbo "andare" ("ajò" infatti significa "andiamo"), viene utilizzato come esortazione: "Ajò! E smmettila di fare lo scemmo!". Traduzione: "Andiamo, su, cerca di finirla di fare la persona poco intelligente."

3. Gesù! Gesù! La potenziale incomprensibilità della nostra parlata, per fortuna condita da un alto grado di simpatia (così dicono gli amici "stranieri"), è data anche da piccole parole, tanto strane quanto ficcanti. Quando dobbiamo esprimere stupore e/o disappunto, il nostro accento cadenzato e incavolato viene spesso interrotto da questa espressione: "Cesss...". Chi non è sardo in genere scappa davanti a questo improbabile suono, senza conoscere la sua divina origine: "Cess..", con la variante doppia "Cèssu, cèssu", deriva dall'esclamazione azzardata "Gesù!", troncato nel finale ma senza alcun intento blasfemo.

4. Sei aperta come le nostre vocali. A seconda delle zone della Sardegna, la pronuncia delle vocali cambia nettamente. Ma finché le vocali vengono pronunciate chiuse, in particolare nell'entroterra e nel nord, non si pone nessun problema. Quando invece il sardo viene dal sud dell'Isola, il rischio di incomprensione è sempre dietro l'angolo. Ad esempio, per dire "No! Ma stai scherzando?", noi del sud lo trasformiamo così: "Naaa! Ma stai scarzanda?". Non solo: noi cagliaritani non conosciamo la differenza tra accento grave e accento acuto: quando dobbiamo chiedere a qualcuno la motivazione per una qualsiasi cosa, inaspettatamente ti parliamo di pavimenti: "Parché?"

5. Sei una vittima inconsapevole della "D" eufonica. Quando il sardo vuole sentirsi colto si sforza in tutti i modi di NON usare la lingua autoctona. È una fatica immane, soprattutto per i sardi che magari devono presenziare a un matrimonio importante. Tra il primo e il secondo, dopo almeno otto bicchieri di vermentino, ecco scivolare nell'aria un linguaggio serio e forbito. Ma proprio sul più bello, quando la prova di forza sembra quasi superata, arriva il guaio: "Guarda la sposa che d'è così bella!". Il desiderio irrefrenabile di utilizzare la "D" eufonica per creare un'elegante liaison francese, giunge d'improvviso e, senza pietà, ha la forza di rovinare tutta la poesia.

6. Il romanesco ti si attacca come una cozza allo scoglio di Peppino. Questo, più che un problema, è un vezzo davvero degno di nota. Cara ragazza sarda, ammettilo: ti basta un solo (e forse unico) week end a Roma per tornare in Sardegna e sfoggiare la tua nuova cadenza romanesca. Tutti, qui nell'Isola, abbiamo un'amica o una cugina partita oltremare per pochi giorni e ritornata in patria con atteggiamenti stile Sabrina Ferilli. Ajò! Ma se sei natta e cresciutta a Pirri!

7. Tutto sommato vai fiera del tuo italiano perfetto. Una cosa è certa: quando noi isolani scegliamo, per opportunità o buon senso, di non parlare il Sardo, il nostro italiano è grammaticalmente (quasi) perfetto, la chiarezza e la semplicità sfiorano impeccabili stili da eccellenti temi del liceo. Qui da noi va ancora di moda il congiuntivo, le proposizioni principali e le subordinate si incastrano in modo piacevolmente armonico. Certo, il ritmo resta quello di uno che sembra costantemente arrabbiato e la spietata "D" eufonica è sempre lì in agguato.

Nella foto Melissa Satta, è nata a Boston e attualmente vive a Milano, ma è originaria di Cagliari dove ha trascorso gran parte della sua infanzia giocando a calcio nella squadra di Quartu Sant'Elena. Sembra proprio che dica: «Cess... mì che bravo Boateng! Ammore, vieni a giocare al Chiagliari!»

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