Intervista alla scrittrice Mary Kubica sul suo ultimo thriller

Ti piacciono i thriller? Allora non perderti La sconosciuta, il secondo romanzo della scrittrice americana

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La protagonista di La sconosciuta (Harlequin Mondadori, € 12,90) della scrittrice Mary Kubica si chiama Heidi ed è una giovane donna (con marito e una figlia di 12 anni) che sente di avere una missione nella vita: aiutare gli altri. Vive a Chicago e lavora in un ente che si occupa di persone disagiate, rifugiati, homeless. Non riesce quindi a non notare un'adolescente che, ferma sotto la pioggia battente sulla banchina della metropolitana, stringe a sé un neonato. La ragazzina è visibilmente smarrita, sporca e denutrita. Heidi la incontra per diverse giorni e alla fine la avvicina: si chiama Willow e dice di avere 18 anni, anche se non li dimostra. All'inizio Heidi si limita a portarla a pranzo. Poi se la porta a casa, tra la perplessità del marito Chris e della figlia Zoe.

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Ma quello che nasce come un atto di pura generosità finirà per trasformarsi in un gesto pericoloso… E di più non possiamo dirti, per non rovinarti la lettura!

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Questo thriller è il secondo che la 37enne statunitense Mary Kubica pubblica (il primo, Una brava ragazza, è stato pubblicato in Italia da Newton Compton) e tiene incollati alle pagine. L'autrice ha partecipato a Bookcity, festival milanese dedicato ai libri, dove l'abbiamo incontrata.

Innanzitutto toglici una curiosità: il tuo cognome è uno pseudonimo?
«No no, è il mio nome da nubile, è slovacco! Mio marito è ucraino e il suo nome è ancora più strano, allora ho deciso di firmare con il mio…».

Parliamo del libro. All'inizio il lettore parteggia decisamente per Heidi. Mentre i passanti di Chicago ignorano Willow, lei non riesce a far finta di niente. Mentre suo marito Chris trova folle l'idea di accogliere in casa un'estranea, lei non sente ragioni e garantisce alla ragazzina un tetto e degli abiti puliti. Poi, però, il lettore inizia a cambiare idea su Heidi e il suo altruismo. Perché hai scelto di costruire il romanzo in questo modo?
«Innanzitutto volevo inserire nella narrazione l'elemento del sospetto. E poi volevo sottolineare il fatto che le persone non sono mai esattamente come appaiono: quasi tutti i miei personaggi cambiano nel corso del romanzo e alla fine li vediamo diversi da come erano all'inizio. Heidi si presenta altruista, sempre pronta a dare e darsi da fare per gli altri, mentre Chris ci sembra ossessionato dal denaro e dal lavoro, poco attento ai bisogni della famiglia. Poi la prospettiva cambia. Willow si capisce subito che è una ragazza dura che ha passato un sacco di guai, e il lettore pensa subito sia inaffidabile. Ma anche i sentimenti nei suoi confronti mutano leggendo».

Sembra anche che tu voglia suggerire che dietro l'altruismo di Heidi c'è dell'altro…
«Sì, un profondo egoismo. Ovviamente ci sono persone che sono sinceramente generose. Ma ce ne sono altre - e spesso sono quelle che esagerano con la loro disponibilità nei confronti degli altri - la cui generosità è funzionale a un bisogno emotivo oppure alla necessità di apparire alla società sotto una buona luce. In ogni caso, nel fare qualcosa per gli altri, lavorano per loro stessi».

Da chi hai preso ispirazione per il personaggio di Willow?
«È totalmente inventato, non è ispirato a nessuno che abbia conosciuto. Però riflette alcuni problemi della nostra società: ci sono molti ragazzini che si trovano in situazioni di abuso, ma nessuno ci fa caso perché si ignora quello che succede all'interno delle loro case. Il mio vuole anche essere un appello ai lettori ad aprire gli occhi, perché ci sono tanti giovani come Willow che hanno bisogno di aiuto».

Sia Willow che Heidi hanno dei traumi personale alle spalle. E tu sembri voler sottolineare anche che ogni trauma - piccolo o grande - che viviamo nella vita, se non viene affrontato è destinato a condizionare i nostri comportamenti. È così?
«Sì. Molte persone, me inclusa, tendono a tenere le emozioni dentro di sé, senza condividerle nemmeno con le persone più care. Ma se si vive un trauma si ha un grande bisogno di aiuto ed è importante parlarne con un professionista o un amico, che possano aiutare a superarlo. Heidi è l'esempio di una persona che ha attraversato un periodo difficile, si è tenuta tutto il dolore per sé e quindi gli altri non sanno cosa le succede dentro. Ma se non ti fai aiutare, certe situazioni emotive non le risolvi».

La maternità è un tema centrale del libro, come mai?
«Sì, è vero. Sono madre di due bambini e sono molto felice di esserlo, ma penso che a volte la maternità non sia esattamente come ce l'aspettavamo quando eravamo ragazzine. Io avevo questa immagine di un famiglia perfetta, con figli sereni e tranquilli con cui avrei vissuto in perfetta armonia… ma poi quando diventi madre scopri che è anche molto faticoso, che i figli non fanno quello che dovrebbero fare, che ti senti fisicamente stremata e spesso sei costretta a scegliere tra il lavoro e la famiglia. Heidi è tra quelle donne che sono diventate madri senza sapere cosa significasse davvero».

È difficile scrivere un thriller?
«Lo diventa sempre di più perché i miei lettori diventano più esigenti, quindi ogni romanzo è una sfida con me stessa per fare qualcosa di nuovo e fare in modo che i lettori si pongano nuove domande. Non è facile: devo ipotizzare diverse situazioni e le loro conseguenze, per poi capire quali di queste conseguenze è quella che può sorprendere di più i lettori. Nei miei libri, inoltre, cerco di costruire dei piccoli misteri all'interno di quello principale, in modo che se anche qualcuno capisce come finirà la storia, ci sono così tanti altri enigmi da risolvere che il lettore resta appassionato. Voglio che si affezioni ai personaggi e a ciò che avviene».

Come hai iniziato a scrivere, e come fai a conciliare il ruolo di scrittrice e quello di madre?
«Ho sempre avuto la passione per la scrittura, ma prima della nascita dei miei figli non avevo tempo per farlo seriamente, ero un'insegnante. Poi con la nascita della mia primogenita ho deciso di stare a casa e allora ho iniziato a fare della scrittura il mio lavoro. All'inizio è stata dura, stavo con i miei figli 24 ore al giorno e quindi, a meno che loro non stessero dormendo, non avevo tempo per me. Mi ero abituata a svegliarmi molto presto al mattino per lavorare prima che si svegliassero: ho fatto così durante la stesura del primo romanzo e buona parte del secondo. Quando ho iniziato a scrivere Una brava ragazza non avevo un contratto con una casa editrice, quindi mi sentivo anche in colpa a ritagliarmi tempo per il romanzo, perché non guadagnano e non potevo considerarlo il mio lavoro. Ora è tutto diverso: i miei figli vanno a scuola, ho più tempo per me e sono una vera scrittrice».

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