8 problemi che devi affrontare se hai l'accento emiliano

Hai un modo tutto tuo di pronunciare la "z" e ogni volta che tenti un approccio con una ragazza straniera ti esce fuori: «Du gusti s megl che uàn». Ma non sei Stefano Accorsi 

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1. Ti ritrovi a combattere con la questione "Z". Hai una "Z" talmente poco " Z" che se Zorro fosse nato a Granarolo al momento di sfregiare le guance dei cattivi andrebbe in confusione. "Mo adès, s'a iò da lassèr a quàst? Un scaracc'? Un "th" cumpagna qual di americhèn?" ("E adesso cosa gli lascio a questo? Uno sputacchio? Un "th" come quello degli americani?")

2. E la "S" è peggio. Gli studiosi la definiscono "cacuminale", che già si capisce che non è mica un bel lavoro. In pratica significa che arroti la lingua all'indietro contro il palato e te ne vieni fuori con una "éscé" che sradica gli alberi e sa di ragù.

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3. Sei incline ai gallicismi. Che non sono una malattia del glande, ma contaminazioni linguistiche dal provenzale e dal francese più o meno antico. Vedi l'inversione soggetto-verbo nell'interrogativa o la negazione ridondante per cui, invece di dire "non lo so", dici "a n al so brisa" ("non lo so mica"). Che sta al "je ne le sais pas" come i ciccioli di porco stanno al foie gras.

4. Hai un present continuous molto ambiguo. Un altro gallicismo (diffuso in alcune province) ti fa diffidare dal gerundio. Invece di "sto mangiando" a volte ti viene da dire "sono dietro a mangiare". "Essere dietro a fare qualcosa" puoi usarlo così spesso che i tuoi amici finiranno per girare col sedere radente al muro. Penseranno: "chissà che cosa vorrà fare sempre, quello lì, là dietro".

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5. Sei vittima del "caso bif". Quando in un locale fuori regione ordini un "bif" ti guardano storto. E tu volevi solo un ghiacciolo. A Milano, che sono internazionali, loro, se chiedi un "bif" rischi ti portino una bistecca. (Pare che il termine regionale venga da una ditta reggiana di ghiaccioli, la BIF, dall'acronimo dei cognomi dei tre fondatori, che li commercializzò con questo nome dal 1960).

6. Soffri la sindrome Maxibon. Il tuo imprinting con le lingue è stato irrimediabilmente compromesso dalla pubblicità del Maxibon degli anni '90 con Stefano Accorsi. Per di più non sei Stefano Accorsi. Hai provato a dire con quell'accento tanto piacione "du gusti s megl che uàn" a Laetitia Casta e se va bene ne hai rimediato quel simpaticissimo "pf" a labbra schifate dei francesi. E ormai in riviera romagnola ci vanno solo i pensionati austriaci.

7. Combatti ogni giorno contro lo stereotipo dell'edonista comunista. Devi convincere la gente che la tua bocca è in grado di fare un sacco di cose, anche di modulare frasi di senso compiuto, e non si limita alle seguenti funzioni: 1. Divorare insaccati, vino e tagliatelle 2. Ridere bonariamente 3. Abbandonarsi a varie ed eventuali pratiche sessuali. 4. Cantare Bandiera rossa.

8. E comunque, a pochi km di distanza parlano già un'altra lingua. L'Emilia è una sineddoche dell'Italia (che è una nazione giusto nei primi quattro versi dell'inno, per gli Europei e per i Mondiali). Tutto è frammentazione, particolarismo, campanilismo. Dialetti e accenti variano molto anche solo spostandosi da un paese a quello di fianco. Qui abbiamo piluccato in qua e in là. Per prevenire i puristi: chi scrive, per esempio, è di Ferrara, il cui tipico accento è quanto mai bastardo. Al di là del Po, a pochi chilometri dalla città, c'è il Veneto. Però mi tocca precisare che dei rodigini che passavano il fiume per venire a Ferrara si diceva: al mèral l'à saltà al Fòs (Il merlo ha superato il fosso).

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