Diario di un italiano in Iowa: «Convinco gli americani a votare per Hillary Clinton»

Mattia Tarelli è un ragazzo italiano che è volato in Iowa per sostenere la campagna elettorale di Hillary Clinton. Tra levatacce all'alba e volantinaggio sotto zero, Mattia racconta in esclusiva a Cosmopolitan la sua avventura oltreoceano durante le primarie presidenziali

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Giorno 1

Sono partito trentasei ore fa da Milano: casa, Malpensa, JFK, metro, Manhattan, cambio di vestiti da una valigia all'altra, breve dormita, taxi, areo, aeroporto, mezz'ora di scalo a Detroit, trasferimento su un altro piccolo aereo: destinazione Iowa. L'aeroporto d'arrivo è quello di Moline, Illinois. A questo punto rimane solo da oltrepassare il fiume Mississippi per ritrovarsi in Iowa, il cosiddetto Hawkeye State (Stato dell'occhio di falco) e soprattutto il primo stato a votare per le primarie presidenziali. Mi sento come se fossi stato dentro un frullatore.

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In aeroporto mi viene a prendere una ragazza dello staff di Hillary Clinton: durante il viaggio mi racconta di aver vissuto a NY, di cui parliamo abbondantemente. Senza neanche avere il tempo per una sigaretta (qui fumare è come per noi mettersi a urlare a casa di uno sconosciuto), finalmente mi ritrovo a Davenport, Iowa, nel comitato elettorale di Hillary for America.

L'ingresso è esattamente come te lo aspetti: ricoperto da manifesti elettorali, disegni, foto, scritte, pieno di ragazzi più o meno della mia età, provenienti da qualsiasi angolo del paese, con un solo obiettivo: portare Hillary alla Casa Bianca.

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Li osservo e subito avverto sui loro volti la stanchezza dell'immane stress fisico e psicologico provocato da mesi di campagna elettorale, ma quello che più mi colpisce sono i loro occhi, dai quali traspare una determinazione, un entusiasmo che raramente ho potuto vedere. In pochi minuti vengo coinvolto in una riunione, e subito dopo ho in mano una lista di persone da chiamare per invitarle ad un evento cui presenzierà Hillary in persona.

La Clinton arriverà martedì prossimo a Dubuque, una cittadina di cinquantamila abitanti o poco più che si trova a settantadue miglia da qui, e che per qualche settimana sarà la mia nuova casa.

Dopo aver compiuto la mia prima "missione", anche se con scarsi risultati, riesco a trovare il tempo per una sigaretta e per parlare con i miei genitori, ai quali fatico a comunicare le mie prime sensazioni. L'unica certezza è che questa sarà una delle esperienze più incredibili della mia vita.

Alle otto di sera c'è un meeting: tutti sono seduti in cerchio per terra nella sala riunioni perché ognuno si presenti ai nuovi membri dello staff (me incluso).

Cosa bisogna dire di sé, oltre alla zona territoriale di competenza alla quale si è stati assegnati? Naturalmente il proprio cibo preferito e il proprio 'spirit animal'. Le mie risposte sono state pasta alla bolognese e panda! Questa scena difficilmente lascerà la mia mente: ero convinto di essere dentro a un film.

Poco dopo tutti gli staff delle diverse zone si riuniscono in gruppi per decidere qual è la storia che meglio ci ricorda "perché stiamo facendo quello che stiamo facendo".

La vincitrice (sì, abbiamo votato la miglior storia) è una ragazza che ha raccontato di due giovani immigrati dall'Africa, semianalfabeti, che, pur di dare una mano alla campagna, hanno imparato a scrivere i nomi dei potenziali elettori americani e conferma o declina affianco all'invito ad una manifestazione.

Dopo trenta secondi di applausi scroscianti, un entusiasmo che contagia tutti (me compreso) e una foto di gruppo, si riparte alla volta di Dubuque, a un'ora e mezza di macchina. Mi ritrovo catapultato in macchina con Michael, un mio collega con cui avevo scambiato due parole poco prima, che mi accompagna nella nostra accomodation. È una casa, anch'essa esattamente come te la aspetti: garage doppio, tavolo enorme al centro della cucina e una signora, una 'supporter' di Hillary, che mette a disposizione le stanze dei suoi figli (uno al college e uno nell'esercito) per noi campaigners.

L'appuntamento è per domattina alle 8.30. Il mio collega Mo mi passerà a prendere per andare a fare una sessione di campagna porta a porta. Il mio carico emotivo è così spaventoso che temo di non riuscire a dormire: fortunatamente così non è.

Giorno 2

Dopo una doccia veloce ed un caffè (che mi preparo con il celebre bollitore all'americana), esco di casa per una sigaretta e vedo un signore che, con il suo pick up, è rimasto incastrato in un cumulo di neve e ghiaccio.

Una piccola nevicata notturna, insieme alla temperatura di meno dieci gradi, non rende particolarmente semplici gli spostamenti.

Mi offro subito di aiutarlo e, dopo avere recuperato una vanga nel garage di casa "mia", saluto il signore che dopo qualche sforzo e un ulteriore aiuto di altri vicini riesce a ripartire.

Dopo pochi minuti parto insieme a Mo alla volta della zona rurale attorno alla città di Dubuque. Il paesaggio che mi scorre a fianco è una sterminata serie di colline coltivate a grano che d'inverno riposa sotto un'indistruttibile scorza di ghiaccio e neve.

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Le strade costeggiano grandi fattorie dominate da imponenti granai fatti a silos — come si vedono nei film — e solo raramente si incontrano piccoli centri abitati.

Il silenzio è assoluto e la sensazione è meravigliosa: qualcosa che a Manhattan non esiste e che mi manca da morire.

Iniziamo il nostro giro porta a porta per convincere le persone a votare per Hillary: non sempre è facile, ma il nostro entusiasmo pare abbastanza contagioso, e spesso riusciamo a convincere il proprietario di casa almeno a considerare di votare per lei.

Le persone che vediamo per le strade, tutte, sono molto cordiali e ci salutano anche se non ci conoscono, e così facciamo anche noi.

Dopo qualche ora ho imparato da Mo il da farsi e iniziamo a dividerci le case per risparmiare tempo. Dopo un hamburger a pranzo e dopo aver conosciuto qualche volontario, nello specifico un piccolo gruppo di neo pensionati entusiasti che ci ha offerto cioccolata calda e dolci a non finire, torniamo in ufficio.

Passiamo qualche ora al telefono invitando cittadini iscritti alle liste elettorali dei democrats ai vari eventi e ci mettiamo a studiare la strategia e le priorità per il giorno successivo. La temperatura, nel frattempo, si è abbassata a meno quattordici.

È mezzanotte ed è "f*****g cold" persino per un Iowan DOC.

Giorno 3 e 4

I love Iowans. Francamente mi è capitato poche volte in vita mia di incontrare persone così ospitali. Molto spesso, quando facciamo il cosiddetto "canvassing", ossia girare porta a porta per convincere gli elettori a votare per Hillary, ci capita di essere invitati in casa, perché fa troppo freddo.

E un'altra cosa che mi fa impazzire è il saluto di congedo, che non è più buona giornata o arrivederci, ma stay warm!, letteralmente: state caldi.

Alcuni dei volontari ci preparano la cioccolata calda o il caffè, la zuppa la sera e dei biscotti di peanut butter e cioccolato, che uno dei miei colleghi definisce "un dono di Dio", la mattina.

Ieri sono stato accolto in una casa dove i volontari hanno organizzato una specie di comitato centrale, con un affetto materno e paterno, che mi ha a dir poco sbalordito.

Il fatto che io sia italiano ovviamente provoca curiosità e molte domande, alle quali rispondo sempre con un sorrisone sulle labbra. Amo il mio paese e lo penso in continuazione, in Iowa come a New York. La prima cosa che mi è stata mostrata in quella casa è un magnete del frigorifero su cui c'è scritto: «The nicest people have a root in the boot» – le persone migliori hanno una radice nello stivale, con un disegno dell'Italia affianco.

Oggi ho cambiato casa e, dopo aver parlato qualche minuto con i due proprietari, due insegnanti, la signora mi ha dato le chiavi. Un gesto che mi è sembrato ovvio, ma allo stesso tempo stupefacente. Dare le proprie chiavi di casa a un ragazzo italiano del quale non sai neanche il vero nome (qui tutti mi chiamano Matt, per comodità), solo perché condividete lo stesso sogno (Hillary alla Casa Bianca), mi è parso qualcosa di veramente speciale.

Sto per andare a dormire: qua usciamo dall'ufficio verso mezzanotte e attacchiamo alle 9, quindi è bene che io chiuda gli occhi, ma prima di lasciarvi vi voglio dire che domani vedrò Hillary, che verrà qui alla University of Dubuque a parlare: un evento che organizziamo da ormai una settimana.

Non vedo l'ora di vederla, di ascoltarla, di ammirarla mentre anima la folla. Sarà lei il futuro Presidente degli Stati Uniti, ne sono certo.

Segui Mattia su Twitter @mattiatarelli1

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