8 marzo: 10 motivi per partecipare allo sciopero delle donne spiegati da un'attivista

Una giovane attivista del movimento Non un di meno ci rivela 10 motivi per cui sposare la causa femminista ha senso anche (e soprattutto) per le Millennial

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L'8 marzo si sciopera! Dopo la manifestazione e i tanti eventi organizzati in occasione della Giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne, in novembre, il comitato Non una di meno ha alzato il tiro, proclamando per il Giorno della Donna uno sciopero generale che verte su 8 punti che vanno dal contrasto alla violenza di genere alla difesa di diritti acquisiti come quello all'aborto.

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Ma cosa significa oggi, per una ventenne, partecipare a una battaglia femminista? Perché dovrebbe farlo? Ne abbiamo parlato con Marie Moise, 29, anni, del coordinamento Non una di meno di Milano. Ecco i 10 motivi per cui - secondo lei - vale la pena.

1. È bello che ci sia un filo conduttore che lega diverse generazioni di donne.

Le battaglie combattute dalle nostre madri e nonne hanno avuto ripercussioni dirette sulle nostre vite, sia per quanto riguarda i rapporti di coppia, sia in termini di maggiore coinvolgimento delle donne nel mondo del lavoro. Ma c'è ancora molto da fare: e adesso tocca alle Millennial!

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2. Sdoganare i discorsi sulla violenza significa mettere qualunque donna l'abbia subita in condizione di parlarne senza vergogna e senza provare una soffocante sensazione di solitudine.

Non solo: vuol dire anche far passare il messaggio che, per essere tale, una molestia non deve necessariamente includere le botte o lo stupro. Basta molto meno. «Al liceo classico che ho frequentato (una scuola "bene" di Milano) ho imparato, per esempio, che se un ragazzo ti faceva un'avance non era opportuno rifiutare», racconta Marie. «"Quando dico no è no" l'ho imparato solo molti anni dopo. All'epoca davo per scontato (e con me tutte le mie amiche) che i ragazzi dovessero fare la prima mossa e che rifiutare fosse da sfigate. Con questa ansia sociale da prestazione dire di no era davvero difficile! Sono cresciuta pensando che fosse normale subire certe pressioni e sentirsi a disagio. Con il tempo, parlando con altre donne, superando il pudore e la vergogna, ho imparato che: a) non c'è proprio niente di normale; b) è successo più o meno a tutte; c) tutte insieme possiamo lavorare affinché non avvenga più».

3. I discorsi sulla violenza non sono mai troppi.

Ancora oggi, una donna che rende nota o denuncia una molestia corre il rischio che la sua parola venga messa in dubbio: è proprio sicura di aver rifiutato le avance dell'uomo? È certa di avergli fatto capire con chiarezza di non essere disponibile? Non è che, in fondo, "se l'è cercata"? Questa mentalità deve assolutamente cambiare.

4. La discriminazione passa anche attraverso il linguaggio.

E questo non è ancora chiaro a tutti. «Io faccio la ricercatrice all'università, istituzione dove le questioni di genere sono state sdoganate e tutti sanno che è buona prassi parlare di "dottorandi" e "dottorande", "studenti" e "studentesse"», dice Marie. «Ebbene: c'è sempre qualcuno che ironizza su questa pratica, con frasi tipo: "Forse preferireste l'asterisco alla fine delle parole?". Questa presa in giro è un modo sottile per screditare lo spazio sociale che le donne cercano di prendersi anche attraverso la messa in discussione del linguaggio». Quindi: non possiamo mollare!

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5. L'imposizione di un modello estetico è una limitazione della nostra libertà.


«La scorsa estate alcune ragazze hanno fatto un esperimento: non si sono depilate le gambe e hanno postato sui social le loro foto. L'odio feroce e il linciaggio di cui sono state oggetto è stato impressionante», racconta Marie. Al di là della scelta più o meno condivisibile delle ragazze, l'aggressione da loro subita denota come su tutte noi pesi forte l'imperativo sociale di aderire a un modello estetico che non può essere messo in discussione. La vera libertà consiste, invece, nel poter scegliere noi quale immagine vogliamo avere: senza che nessuno si permetta di giudicarci.

6. La parità tra i sessi non è ancora stata raggiunta: nemmeno in coppia.

«La prima esigenza che dovremmo avere, quando stiamo con qualcuno, è quella di essere trattate bene. Vivere una relazione basata sul rispetto e la cura reciproca è ciò a cui dovremmo ambire: altro che Principe Azzurro!», afferma Marie. «Invece ancora oggi la cura è spesso unilaterale: è soprattutto lei che si occupa di lui. Non a caso senti coppie litigare a suon di: "Con tutto quello che faccio per te!", frase che sottintende la frustrazione nel non vedersi restituito ciò che si dà. Spesso, poi, ciò che gli uomini fanno passare come "gesti di cura" (tipo pagare sempre e comunque per la fidanzata, qualunque cosa lei ne pensi di questo gesto) non è altro che esercizio di potere. Ecco, a tutte queste piccole cose dobbiamo stare ancora molto attente!».

7. Il diritto all'aborto va difeso senza se e senza ma.


«Questa è una battaglia che non bisogna mai mollare. Ci sono Paesi come l'Islanda dove nel momento in cui diventi medico sai già che potrà capitarti di praticare un aborto. Non vuoi farlo? Cambi mestiere. Invece in Italia abbiamo l'obiezione di coscienza che può rendere umiliante e penoso il percorso per le donne che vogliono abortire. Uno dei momenti più sentiti della manifestazione del 26 novembre scorso è stato quando ha preso la parola il padre di Valentina Milluzzo, la ragazza di Catania morta perché pare che un medico obiettore si sia rifiutato di intervenire. C'erano 100.000 persone in silenzio totale che ascoltavano le sue parole: alla fine lo abbiamo abbracciato virtualmente con un applauso che era la nostra promessa di non lasciarlo solo. Né lui, né nessuna donna che rivendichi i propri diritti».

8. Oggi la lotta è anche dalla parte del gender.

«La lotta per il cambiamento del ruolo sociale delle donne tocca necessariamente anche il discorso sul gender, ovvero il riconoscimento di persone con orientamenti sessuali che non rientrano in quelli codificati dalla società. In che modo le due cose sono legate? «Nel momento in cui esiste per la donna un ruolo determinato che la vuole moglie e madre, quindi parte di una famiglia tradizionalmente eterosessuale, si attua in automatico una discriminazione rispetto a tutte le donne lesbiche, bisessuali e trans che, pur essendo una minoranza, hanno comunque diritto al riconoscimento sociale», risponde Marie. «Non solo: lottando perché venga riconosciuto il diritto a ogni donna di essere accettata così com'è, non si parla solo di lesbiche, trans e bisessuali, ma si comprende l'importanza di un cambiamento che includa donne di qualunque estrazione sociale, origine etnica e colore della pelle».

9. Non si tratta di una battaglia "contro" gli uomini.


«L'invito a scioperare e manifestare l'8 marzo è rivolto a tutti e tutti, uomini e donne. Perché dietro il movimento Non una di meno c'è un obiettivo ambizioso: proporre - a partire dal cambiamento del ruolo della donna - il cambiamento di tutta la società», afferma Marie. «Pensiamoci: se affermiamo che non può esserci discriminazione di retribuzione in base al sesso, per esempio, non sottintendiamo che non possa esserci per nessun altro motivo?» Quindi, in pratica: se migliorerà la vita delle donne, tutta la società starà meglio. E in questa battaglia sono coinvolti, ovviamente, molti uomini. «A me capita spesso di riflettere con il mio compagno su come la mentalità corrente influisca nel rapporto tra di noi. E mi rendo conto che quando cerchiamo di tenere le interferenze sociali fuori dalla nostra coppia (anche se non è facile), il rapporto ne esce rinforzato. Ci sentiamo più veri, più forti: come individui e insieme».

10. Lo sciopero è un'occasione per fermarsi a riflettere
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«Io almeno lo intendo così: un'occasione per sospendere lo scorrere automatico delle attività quotidiane e riflettere su quanto del mio tempo sia, ogni giorno, dedicato in attività di cura che vengono date assolutamente per scontate. Un momento di sospensione, per le donne e per gli uomini, per vedere le cose con più chiarezza».

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