La app che monitora la tua felicità al lavoro e il diritto alla scontentezza

Ma è sempre vero che se sei contenta lavori meglio?

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Da qualche tempo in qua, sembra che le aziende abbiano scoperto che al lavoro se sei felice, produci di più. E che vantare uno staff ipercoccolato accresce la propria reputazione.

Ti sembra la scoperta dell'acqua calda? Eppure fino a non molti anni fa, tranne qualche raro imprenditore illuminato come Adriano Olivetti in Italia, del benessere di impiegati e operai non importava proprio a nessuno. È solo di recente che analisti, psicologi ed esperti in risorse umane si sono accorti di quanto la produttività sia legata a filo doppio con la gratificazione personale.

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Un rapporto vicendevole che viene confermato da più di uno studio. Per esempio, una ricerca dell'Università di Warwick (Uk) condotta da uno scienziato italiano, Eugenio Proto, per misurarne gli effetti ha vezzeggiato 700 lavoratori offrendo loro bibite, frutta, abbondanti dosi di cioccolato e la visione di film divertenti. Risultato? A fine "trattamento" i fortunelli erano tutti più sorridenti, ben disposti e rilassati e la produttività è aumentata del 12%.

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Non è dato sapere se anche Google, Facebook & Co. abbiano commissionato precisi studi scientifici per decidere quali vantaggi offrire ai propri collaboratori per aumentare il loro senso di appartenenza (e fornire loro validi motivi per restare in ufficio anche fuori orario), fatto sta che i loro benefit leggendari hanno fatto scuola in tutto il mondo, e non solo digital.

C'è chi offre le lezioni di yoga in sala riunioni, chi i massaggi in pausa pranzo, chi un wellfare aziendale che include cure termali e trattamenti detox. E c'è anche chi mette a disposizione pacchetti vacanza per ricaricare le batterie in luoghi da sogno (purché provvisti di connessione internet per guardare le email di lavoro). Altro che posto auto e buoni pasto…

Una società di Montevarchi (Arezzo), la Gefar, che gestisce l'amministrazione del personale e le buste paga per conto di diverse imprese, ha perfino creato una app che monitora la felicità dei dipendenti. Il suo funzionamento, spiegano, è semplicissimo. Ti colleghi con il tuo smartphone e, mentre controlli lo stipendio e i giorni di ferie residui, rispondi a un breve questionario mirato a valutare il grado di soddisfazione.

Ma come si valuta la felicità lavorativa?

Nel caso dell'app in questione, il gradimento si esprime attraverso un sistema a punti. Quanto ai vari ambiti presi in considerazione, si va dalla mansione alla retribuzione, dall'orario di lavoro ai rapporti con i colleghi, fino alla condivisione delle strategie aziendali e alle opportunità di carriera.

Sei il tipo che non esternerebbe un'insoddisfazione nemmeno al vicino di scrivania? Non sei la sola, tanto più che non c'è guru del lavoro che non ti raccomandi di avere un atteggiamento positivo se vuoi fare carriera. Ai fini di rassicurare gli animi, gli ideatori della app (che tra l'altro ha vinto un contest sull'innovazione digitale del Politecnico di Milano) specificano che il questionario è rigorosamente anonimo. E per fortuna, visto che rispondere si deve in ogni caso. L'applicazione, infatti, è stata sviluppata in modo tale che chi ignora il test… non riesce ad accedere al cedolino.

Se vuoi i tuoi soldi, insomma, devi dire quanto sei felice.

E assumerti il rischio di non esserlo. O di rinunciare alla sincerità.

Ma come, sono anni che ti senti ripetere che devi sempre mostrarti piacevole e autentica se vuoi tenerti stretto il lavoro, e adesso invece sei invitata a esprimere con un semplice click una volta al mese la tua frustrazione riguardo a cose come lo stipendio o le mansioni?

E poi, diciamolo, anche il più entusiasta (I love my job!), ogni tanto, ha diritto a essere stanco, annoiato o arrabbiato per una giornata no, senza doverlo necessariamente rendere pubblico.

L'importante, infatti, è lavorare con passione. E la passione umana include anche dei momenti d'intima infelicità.

Senza arrivare al sistema adottato dagli scaricatori di porto genovesi che rinunciavano a una piccola quota di paga pur di assicurarsi il "diritto al mugugno", ovvero a lamentarsi (dopotutto, nessuno più dovrebbe trasportare tonnellate di casse con la sola forza delle braccia), anche non sentirsi obbligati a mostrarsi felici a prescindere, qualsiasi cosa succeda, è liberatorio. E aiuta a lavorare meglio.

Se, dunque, la tua azienda decide di monitorare il tuo grado di contentezza benissimo, ma dovrà anche meritarsela (con qualcosa di più delle bibite e la cioccolata)…

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