Intervista a Loretta Falcone: "Per fare la scienziata devi credere in te stessa e non avere paura di fallire"

​Ti piacerebbe intraprendere la carriera scientifica? Loretta Falcone, scienziata della Nasa, ti svela le qualità che una donna deve avere per farcela  

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Per sette anni Loretta Falcone ha lavorato alla Nasa, oggi che si è trasferita in Italia, lavora per una star up americana, ma continua a collaborare con l'agenzia governativa degli Stati Uniti che si occupa della ricerca aerospaziale. Lavorare nel mondo scientifico è un sogno di moltissime ragazze e a lei abbiamo chiesto quali sono le qualità da sviluppare e gli ostacoli da superare per intraprendere una sfavillante carriera nelle scienze. 

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Dopo anni di lavoro negli Stati Uniti oggi vive in Italia. Che cosa fa?«Mi occupo di scienza dei dati e lavoro per una start up americana che si chiama Smart Locus Inc, ma continuo a collaborare anche con la Nasa. Ho scelto di vivere in Italia per la qualità della vita, con la tecnologia di oggi si può lavorare senza difficoltà con l'altra parte del mondo». 

Come sono stati gli inizi alla Nasa?«Quando ho iniziato il mio percorso, di donne alla Nasa ce n'erano poche, inoltre io ero anche una ballerina: immagino cosa possono aver pensato gli uomini di fronte a una collega anche molto femminile. Durante il primo anno ho lavorato sul moto di un pianeta scoprendo che questo non procedeva come gli altri ma faceva le capriole. All'inizio nessuno voleva dar credito al mio modello, ma io sapevo che era giusto. Avevo 23 anni e di fronte agli esperti che smontavano la mia ricerca, ho avuto il coraggio di seguire le mie idee e avere poi ragione. Ho capito che essere esperti non vuol dire avere la ricetta infallibile. Anche Einstein sostiene che "Non vediamo mai il mondo com'è ma come siamo", quindi molto soggettivo». 

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È vero che per le ragazze ci sono più ostacoli da superare?«Per le donne all'inizio c'è un po' più attenzione, devono dimostrare di essere brave, ma è una strada che si può percorrere senza problemi. Dalla mia esperienza ho imparato a fidarmi del mio intuito». 

È stato grazie a una sua intuizione che ha trovato anche la cura per la malattia di suo figlio, come ha fatto?«All'improvviso mio figlio ha manifestato alcuni cambiamenti comportamentali, le prime diagnosi hanno portato a problemi di natura psichica, ma io non ho mai creduto che mio figlio potesse avere un cambiamento così repentino. Ho seguito la mia pancia e ho studiato tanto, individuando un possibile batterio causa di questo cambiamento. Ho realizzato un mio modello, ho presentato la mia idea condensata in 20 slide ai medici che, per quanto interessante, non credevano alla mia diagnosi, finché una dottoressa toscana mi ha aiutato. Ho organizzato una conferenza per far conoscere a medici e genitori questa possibile patologia chiamata Pandas, causata da un batterio che si può diagnosticare con un semplice tampone faringeo, ma occorre una diagnosi veloce perché se non trattata nel giro di un mese può diventare cronica». 

Che differenza c'è tra lavorare negli Stati Uniti e lavorare in Italia?«A parte il discorso degli investimenti nel campo della ricerca, c'è un atteggiamento diverso nei confronti del fallimento. In Italia l'errore, il non riuscire in un'impresa è visto con vergogna. In America, invece, è del tutto normale, fa parte della vita. Soprattutto in ambito scientifico è naturale fare tanti esperimenti molti fallimentari prima di arrivare a una tesi valida. Fallire non è grave, è una prova, anzi è importante perché impari molto, è utile e qualche volta può essere vissuto addirittura come un gioco». 

Che cosa consiglia a una ragazza che voglia iniziare una carriera scientifica? Magari proprio studiare lo Spazio?«Di credere in se stessa. Gli ostacoli ci sono e sono tanti ma non devono fermarti. Troverai sempre qualcuno che vorrà smontarti, che ti dirà "Chi sei tu per fare questo lavoro?", ma tu devi seguire il tuo intuito, se è quello che vuoi fare. Trasforma la paura in forza».

Andare all'estero è importante per una futura scienziata?«Fondamentale! Soprattutto oggi che si può lavorare in un paese e vivere in un altro. Io ne sono la testimonianza. Investi il tuo tempo nella costruzione di una rete di contatti: è quella che ti permette di lavorare». 

La carriera scientifica non è facile: come si fa a conciliare vita privata e professione? «Mentre migliorano nel mio lavoro non pensavo ai figli. La famiglia è venuta dopo essermi realizzata nel mio campo. Ma credo sia importante avere un aiuto. Penso che una donna, come chiunque altro, possa riuscire in tutto ciò che vuole: siamo limitati solo dalla nostra immaginazione. Non dobbiamo fermarci, la rabbia ad esempio deve diventare un'energia per andare avanti». 

Nella carriera è importante avere un mentore? Ne ha avuto uno?«Sì, fondamentale per imparare e crescere. Io ho avuto un bravissimo scienziato della Nasa che ha lavorato su quasi tutti i pianeti. Quando ho lavorato su un progetto che riguardava Giove, ero molto preoccupata per l'esito e ciò che lui mi ha detto è stato: "Non è la missione la cosa più importante, ma le persone che ci lavorano". Dietro questo progetto c'erano 500 persone e io davo per scontato che loro ci fossero. Vedevo solo la missione dimenticandomi del gruppo. Da quel momento ho capito quando sia importante comunicare con chi lavora con te, quanto sia più importante toccare il cuore delle persone». 

Qual è uno dei più grandi insegnamenti che ha avuto in questi anni?«Tra le tante cose che ho imparato, lavorando con i pianeti ho capito quanto siamo unici. Una volta, quando stavo studiando un modello che riguardava il progetto di Giove, ho voluto mettere la Terra che alla fine risultava un pianeta piccolissimo, un pixel dell'Universo. Quel punto mi ha messa in crisi, pensando a quanto siamo un granello di tutto il sistema, ma allo stesso tempo ho realizzato che noi siamo fatti davvero della stessa materia di cui sono fatte le stelle. Quando guardi la Terra da lontano, non vedi differenze di genere, di razza, di religione, siamo tutti collegati. Siamo fatti tutti di emozioni. Quella della Terra come un puntino nell'Universo è un'immagine che ho spesso nella mente per ricordarmi quanto siamo uniti e che dobbiamo solo lavorare insieme». 

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