3 ragazzi italiani ti raccontano com'è davvero lavorare a New York

​Com'è davvero lavorare nella Grande Mela? Te lo spiegano tre ragazzi italiani che vivono a New York 

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Elia, Margherita, Umberto vivono e lavorano a New York. Le loro storie hanno in comune il punto di partenza, Milano, dove sono nati e cresciuti, ma soprattutto la Grande Mela(dove anch'io al momento mi trovo) che considerano un importante punto di transito, ma forse anche d'arrivo. Ho fatto con loro quattro chiacchiere per capire cosa significa davvero lavorare nella metropoli più desiderata e famosa del mondo.

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Elia: «Sono qui perché credo nel sogno americano (e grazie a Barack Obama)»

Incontro Elia, 24 anni, in un baretto vicino alle Nazioni Unite, durante la sua pausa pranzo. È a NY dall'agosto del 2013 e da qualche mese lavora presso la Missione Permanente Italiana. Prima di arrivarci ha fatto un master in Politics presso la New York University.

Perché tra tutte le città dove avresti potuto andare hai scelto proprio New York? 

«La prima volta che sono stato a NY avevo 11 anni. Mio padre vi si era trasferito per motivi di lavoro e aveva deciso di farmi frequentare qui la seconda media. È stato allora che ho capito che c'era del feeling con la città: una sensazione confermata quando al mio quarto anno di liceo sono tornato per sei mesi. Era il 2008 e Barack Obama era stato eletto Presidente: affascinato da quell'uomo e da quello che rappresentava, insieme a mio padre ho voluto andare a Chicago per la sua "consacrazione". Mi sono sentito veramente parte di una straordinaria comunità: quella che aveva avuto la forza e il coraggio di eleggere il primo presidente afroamericano della storia. Qui, negli Stati Uniti, ognuno può veramente realizzarsi, qui ha davvero la possibilità di essere ciò che è o quello che si sente di essere, di poter raggiungere i propri obiettivi, di poter esprimere ciò in cui crede».

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Quali sono le differenze maggiori rispetto all'Italia?

«Innanzitutto l'università. Qui l'offerta è molto più ampia ed è organizzata in modo tale che puoi studiare e approfondire quello che ti piace. Sei tu a scegliere il piano di studi e in toto, quasi senza limitazioni. La lezione è un dialogo tra studenti e professore: un sistema che tutto sommato funziona meglio, perché ti obbliga a ragionare sulle problematiche che stai affrontando, e non ad assorbire quello che ti viene enunciato come fossero postulati».

Adesso hai appena iniziato a lavorare: è stato difficile trovare un impiego? 

«La ricerca del lavoro è sicuramente molto impegnativa e spesso è necessario inviare moltissime domande prima di essere chiamati. Sebbene sia un processo a volte faticoso e frustrante, però, la maggior parte delle persone lo affronta senza quel pessimismo, pur comprensibile, che riscontro in Italia tra i miei coetanei».

Margherita: «Se vuoi farti assumere devi "rompere le balle"»  

Margherita, 25 anni, se fosse stata presente, sarebbe stata senz'altro d'accordo con Elia. Lei è qui solo da agosto, per un master alla Parsons, una delle più importanti università d'arte del mondo, dove studia fashion design. Vivere a NY è da sempre il suo desiderio costante, tant'è vero che a 18 anni è venuta qui per un periodo per lavorare da Grom come gelataia, ed è poi tornata a New York nel 2012 per seguire uno stage di 8 mesi.

Quali sono le reali possibilità che ha una ragazza italiana di trovare lavoro a New York?

«C'è una competizione spaventosa, con una difficoltà in più per noi non-americani: il visto, che ha un costo molto alto e ci rema contro. A doverlo pagare per poterti assumere sono, infatti, le aziende. È il sistema della sponsorizzazione. Quindi, devi dimostrare di valere più dei tuoi concorrenti americani, che chiaramente non hanno questo impedimento». 

Hai inseguito a lungo il tuo sogno. Ne è valsa la pena? 

«Assolutamente sì, non c'è nessun altro posto al mondo dove vorrei essere. Quando riesci a vivere questa città, e quando sei giovane lo puoi fare anche standoci poco tempo, impari a sentirti a tuo agio in qualsiasi altro luogo. È una metropoli molto sfaccettata che racchiude tutte le città del mondo. Brooklyn rappresenta la sua versione un po' più umana, Williamsburg (dove vive Margherita, ndr), a due fermate di metro da Manhattan, è silenziosa, oltre ad avere una dimensione di quartiere molto radicata, con i suoi micro bar, i negozi, i ristoranti e i piccoli supermercati. Manhattan, invece, è l'anima inarrestabile e frenetica della metropoli, dove la vita non distingue il giorno dalla notte e sei inseguito da rumori che ti assordano». 

Dunque, pensi di mettere su casa qui in modo definitivo?

«In realtà, nonostante mi affascini, non riesco a immaginarmi questa città come luogo dove costruirmi una famiglia: per questo mi immagino in Europa».

Sei tornata a NY questa volta per studiare: hai anche fatto qualche lavoretto?

«Qui tutti gli studenti hanno un'attività parallela allo studio, sempre e comunque: io per esempio faccio la modella e ho un mio sito internet dove parlo delle mie creazioni di fashion design. Negli Stati Uniti l'offerta di lavoro è ampia, mentre in Italia, almeno per quanto riguarda il mio settore, non c'è assolutamente nulla. Qui le aziende sono enormi e quasi tutte hanno accordi con le università per selezionare gli studenti per uno stage o un apprendistato. L'elemento chiave è insistere e dimostrare che quel lavoro ti interessa veramente. Bisogna rompere le balle!».

La cosa più pazza che hai fatto per farti notare da un'azienda? 

«Qualche settimana fa in università c'era una job fair: parecchie aziende del settore vengono per reclutare studenti per stage o lavori veri e propri. Io volevo parlare con i recruiter di Michael Kors e sapevo che avrebbero aperto il loro corner alle 10 del mattino. Così mi sono presentata un'ora prima e, non appena i delegati dell'azienda sono arrivati, mi sono offerta di aiutarli nel montaggio dello stand. Mi sono talmente dedicata a questa attività, che tutti hanno pensato fossi un membro dello staff dell'università. Ovviamente sono stata la prima ad avere un colloquio e a lasciare il curriculum: dopo di me hanno esaminato altre 200 persone! Ecco, ciò che ho fatto è forse un buon esempio di ciò che gli americani intendono per dedizione e caparbietà».

E com'è andata alla fine?

«Inizio a maggio!».

Umberto: «Qui impari il coraggio di buttarti e ricominciare»

Umberto, 27 anni, lavora a NY da settembre, ma l'anno scorso era a Stanford, in California, per un LLM (un master in giurisprudenza). Prima ancora ha fatto la Statale di Milano, con un Erasmus è andato a Parigi alla Sorbona e per un semestre ha frequentato la Cornell University, nello stato di New York. Stasera, invece, è a cena con me in un ristorante italiano nell'East Village.

Sei via dall'Italia ormai da parecchio. Non ti è venuta voglia di rientrare per lavorare nel tuo Paese? 

«Francamente mi riesce difficile immaginare il mio futuro in Italia: farei troppa fatica a confrontarmi con il conformismo e la completa assenza di innovazione. Altrove in Europa? Può darsi! Mi manca un certo tipo di substrato culturale, qui la gente si veste male e mangia in modo improponibile, ma New York è la Roma dei tempi nuovi, è la capitale del leading world, e quindi, come direbbe Sinatra, "I want to be a part of it". Inoltre, per il lavoro che faccio (avvocato d'affari) questa città rappresenta "the ultimate destination"».

Quindi New York e in generale gli Stati Uniti sono il miglior posto dove lavorare oggi?

«Sono venuto qui perché spero di restare, seppur con tutte le difficoltà del caso. Finché sei giovane e single la vita è facile, ma creare una famiglia potrebbe davvero rivelarsi complicato. Ci sono problemi legati ai costi, agli spazi e alla necessità di pianificare fin dall'inizio il futuro della propria famiglia, con la preoccupazione continua di avere disponibilità finanziarie sufficienti. Una delle mie angosce più grandi sarebbe pagare una quantità esorbitante di denaro per una tata e, allo stesso tempo, mettere via i soldi per il college di un figlio a iniziare dal giorno della sua nascita. Le rette annuali negli Stati Uniti variano infatti tra i 15.000 dollari per le università pubbliche ai 60.000 dollari dei college privati più prestigiosi».

Che cosa invece dovremmo imparare dagli americani?

«Il coraggio. Di buttarsi sempre, di rifarsi mille vite, mille carriere, anche dopo un fallimento. Le persone non stanno a pensare se sono preparate o meno per fare qualcosa, ma si lanciano e la fanno, senza curarsi di quello che possono pensare gli altri. È un atteggiamento per il quale nutro profonda stima e rispetto».

Salutando Umberto mi chiedo, come del resto mi capita spesso, come si possa lasciare New York senza poi sentirne la mancanza ogni giorno. Ma forse è un pensiero stupido: chi vivrà vedrà. Nel frattempo, come ha osservato il ragazzo inglese di Margherita, che vive qui da 8 anni: «A NY il tempo vola ogni giorno e gli anni passano senza che tu te ne accorga». La verità è che andarsene è complicato perché c'è sempre qualcosa in sospeso tra te e la città: qualcosa di diverso ogni volta, che ti trattiene e non ti permette di lasciarla. Forse ha di nuovo ragione Frank Sinatra: "It's up to you, New York, New York".

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