Laura Emiletti, criminologa: Il mio lavoro è curare gli uomini che odiano le donne

Laura Emiletti, criminologa, ogni giorno incontra in carcere uomini colpevoli di violenza contro le donne. Non è un lavoro facile, il suo, ma necessario. Qui ti racconta perché

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Laura Emiletti ha 35 anni e al primo impatto si presenta come una ragazza come tante, pronta a ridere e scherzare. Appena si parla di lavoro, però, la sua voce si fa seria. E tu capisci che dietro quell'aria gentile e solare, c'è una tipa molto tosta. Laura è psicologa e criminologa. Ogni giorno varca le porte del carcere di Bollate, nell'hinterland milanese, per incontrare uomini detenuti perché giudicati colpevoli di pesanti reati contro le donne: stupri, violenze, omicidi. Fa parte dello staff del Centro italiano per la promozione della mediazione (Cipm) che da anni porta avanti un programma di prevenzione e cura dei sex offender. Proprio questo mese, il 25 novembre, ricorre la Giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne: ecco, Laura è una di quelle persone che combattono in prima linea per fermare questa odiosa piaga e costruire una società più giusta, fondata sul rispetto di genere.

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Tutto ciò che una ragazza maltrattata, violentata o abusata psicologicamente vuole dopo una denuncia, infatti, è avere giustizia. Sapere che il proprio aguzzino è in prigione, nella speranza che ci marcisca per anni. Per un comprensibile senso di vendetta, ma soprattutto perché ha il diritto di volersi sentire al sicuro per tornare a vivere con serenità, anche se certe ferite restano per sempre. La condanna del colpevole, però, oltre a restituire dignità alla vittima, offre allo stesso sex offender l'opportunità di riflettere sulle proprie azioni e riscattarsi. E se quell'uomo, una volta libero, non tornerà a essere un potenziale aggressore in cerca di prede, sarà un bene per tutte e tutti. Questo è il lavoro di Laura: aiutare gli uomini che odiano le donne in un percorso di cambiamento. A Cosmo racconta perché ha cominciato e come funziona.

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Un colpo di fulmine

La scelta di fare questo lavoro è arrivata quasi per caso. Ero all'ultimo anno di università e mi mancava solo un esame da inserire nel piano di studi. Ho optato per criminologia senza nemmeno sapere di cosa si trattava. È stato un colpo di fulmine. Un incontro imprevisto con una materia che mi ha affascinata al punto da spingermi a farne la mia professione. Così, dopo la laurea e un master, ho deciso per il mio tirocinio di collaborare a un progetto del Centro italiano per la promozione della mediazione al carcere di Bollate. Era il 2006. Oggi sono responsabile del Servizio psicodiagnosi dell'Unità di trattamento intensificato per autori di reati sessuali in carcere, gestito dal Cipm. Guido anche il Presidio criminologico territoriale, un servizio del comune di Milano coordinato dal Centro. Insieme ad altri colleghi, mi occupo soprattutto della valutazione del rischio di recidiva. In pratica, facciamo in modo che chi è stato condannato per violenze contro le donne, una volta libero, non commetta di nuovo lo stesso reato. Si stima, infatti, che il 17% degli stupratori (e il 50% degli stalker) torna a colpire non appena esce dal carcere, percentuale che scende al 9% dopo il nostro trattamento. Ecco perché è così importante la prevenzione.

Il primo giorno, che ansia

Lo confesso: la prima volta che sono entrata in carcere avevo un po' di paura, ma giorno dopo giorno, mi sono rassicurata. Anche mio marito sembrava un po' scettico e preoccupato, ma ora ha compreso le mie motivazioni e mi sostiene in tutto ciò che faccio. Da fuori è facile avere dei pregiudizi: ti immagini che dietro le sbarre ci siano solo tipi pericolosi e situazioni a rischio, ma non è così. L'unità dove opero, poi, occupa una sezione separata rispetto al resto del penitenziario. I detenuti hanno un trattamento che li responsabilizza: le celle sono aperte e c'è libertà di circolare e socializzare. Fa parte del percorso di riabilitazione: la vita comunitaria è un beneficio e i detenuti devono imparare a gestirla nel modo migliore. All'inizio, poi, ero senz'altro in tensione e difficoltà più io di loro perché chi si trova in quella sezione è in carcere già da un po' di tempo ed è abituato a interagire con un sacco di gente esterna, magistrati, psicologi, forze dell'ordine, avvocati, educatori, in quanto ha già passato i tre gradi di giudizio e ha condanne definitive. Per questi uomini incontrare uno psicologo in più cambia poco, quindi non è così difficile instaurare con loro un dialogo e avviare una "relazione terapeutica", questo il termine tecnico.

Curiamo la violenza "normale"

Molti pensano che i sex offender abbiano una personalità impulsiva. Nella maggior parte dei casi, però, non hanno agito in preda a un raptus: non sono "mostri" o squilibrati. Inoltre, di rado chi commette questi reati è uno che incontri per caso. Di solito, si tratta di uomini a prima vista normali, che conoscono bene la loro vittima. Sono mariti, fidanzati o ex, oppure parenti, insegnanti, educatori. La violenza contro le donne non fa distinzioni sociali, geografiche o anagrafiche. Non è un'esclusiva della delinquenza comune, quella alla quale per esempio fai attenzione quando rincasi da sola la sera tardi. I detenuti che incontro in carcere sono persone che potresti vedere ogni giorno: a scuola, al lavoro, nel tuo condominio, in famiglia. Mi viene in mente il caso di un uomo, da sempre sospettoso e aggressivo con le partner, che quando è stato lasciato dalla fidanzata ha innescato nei suoi confronti una serie di meccanismi di controllo, minaccia, violenza fisica e psicologica. Lo stalking alla fine è sfociato in un'aggressione con tentativo di violenza sessuale alla ex, nel cortile di casa sua. Molte donne in situazioni simili restano in silenzio per paura di non essere credute. Pensano che conoscere la vittima giustifichi il reato e, anzi, si sentono perfino in colpa. Quella ragazza, invece, ha fatto la cosa giusta: ha denunciato subito il suo persecutore, che così è finito in prigione.

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Seduzioni pericolose

Spesso vengo inondata da racconti fiume su come sono andate le cose. Una volta condannati, infatti, questi uomini non vedono l'ora di parlare con qualcuno per dare ancora una volta la propria versione dei fatti. Hanno voglia di riscattarsi, giustificarsi e presentarsi al meglio, nonostante i fatti parlino da soli e la sentenza sia stata emessa. Si tratta per lo più di personalità dalle grandi doti comunicative e seduttive, le stesse che hanno usato per catturare le loro vittime. Sono capaci di ricorrere a strumentalizzazioni molto raffinate pur di negare e minimizzare ogni cosa, ma il nostro obiettivo è proprio questo: riconoscere e disinnescare i loro meccanismi di manipolazione.

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Il confronto che aiuta

La prima fase del trattamento è la valutazione. Grazie a test della personalità e altri strumenti psicodiagnostici, con i miei colleghi tracciamo il profilo della persona. Quindi, in base ai dati raccolti, inseriamo il detenuto in gruppi di 12 persone condotti da due terapeuti, presenti a ogni incontro. Ci si riunisce periodicamente: gli uomini raccontano il proprio passato, commentano i reati di ciascuno, fanno domande, chiedono dettagli, esprimono giudizi. I risultati migliori si ottengono quando tra i partecipanti si instaura un dialogo aperto e diretto. È questo l'elemento centrale del trattamento e ci siamo accorti che funziona. I commenti più efficaci, infatti, spesso vengono proprio dagli stessi detenuti. In questo modo, utilizziamo il tempo della carcerazione per aiutare i sex offender a intraprendere un percorso di cura che parte dalla presa di coscienza di ciò che hanno commesso e, soprattutto, dalla consapevolezza del danno e della sofferenza che hanno causato. I gruppi sono poi integrati da colloqui individuali, percorsi di valutazione e attività educative.

È un lavoro per donne

Non sono l'unica donna a fare la criminologa in carcere. Nella mia équipe di 12 persone, siamo in 4: al mio fianco lavorano un'arte-terapeuta, una psicoterapeuta e una criminologa clinica, senza contare le colleghe che collaborano per i test e le studentesse che fanno il tirocinio presso di noi. Siamo un bel team femminile e il nostro ruolo è fondamentale! Fin da quando è nato il progetto, infatti, ogni gruppo terapeutico viene condotto da una psicologa affiancata da un collega uomo. La ragione è semplice: rappresentano una coppia genitoriale che è molto importante inserire nel trattamento. Molti sex offender hanno avuto con la madre o il padre relazioni difficili e problematiche. La maggior parte di loro ha subìto all'interno del proprio ambiente familiare violenze fisiche e psicologiche, traumi che hanno generato una profonda rabbia e, di conseguenza, l'incapacità di gestire emozioni negative come la frustrazione e il rifiuto. La presenza di una figura di riferimento maschile e di una femminile li aiuta a lavorare sulle relazioni uomo-donna, mamma-figlio, figlio-padre. Così è possibile sanare antiche ferite irrisolte, correggere educazioni sentimentali sbagliate, curare rapporti disfunzionali.

Non mi sento un'eroina

Anche se ti può sembrare strano, gli autori di questi atti terribili sono sì soggetti responsabili delle proprie azioni, ma anche persone vulnerabili. È a causa di queste fragilità e di disagi psicologici vissuti nell'infanzia che la loro vita relazionale è stata difficoltosa, violenta e disturbata. Eppure, nonostante tutto, resto ottimista. Sono convinta che si possa davvero fare molto per fermare i femminicidi e le aggressioni per mano maschile. Con questo, non mi sento affatto un'eroina né, tanto meno, una specie di vendicatrice: sono semplicemente una donna che ama il proprio lavoro e lo vive come uno strumento di difesa sociale. Intervenire con un trattamento mirato che coinvolge i detenuti in prima persona, come facciamo noi nel carcere di Bollate, significa correggere le stesse cause che stanno all'origine dei comportamenti violenti. E, dunque, vuol dire anche tutelare le vittime, le donne che hanno subìto un'aggressione, così come quelle che potrebbero patirne una in futuro.

Dai una mano anche tu

Il Centro italiano per la promozione della mediazione (Cipm) ha bisogno del tuo aiuto per continuare a lavorare. I finanziamenti sono sempre troppo pochi e il progetto corre il rischio di fermarsi. Vuoi dare un contributo all'équipe di Laura? Ecco i dati per fare un bonifico:
Centro italiano per la promozione della mediazione, via Correggio 1, Milano
IBAN IT06H0335901600100000012299 c/o Banca Prossima


Leggi anche: Un video, una app e un gioiello contro la violenza sulle donne

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