
photographs by Chris Clinton
Indipendentemente dal rapporto di lavoro che hai con un'azienda, oltre al contratto classico, esiste un altro detto psicologico, ossia quell'insieme di aspettative e promesse implicite che tu e il tuo capo vi fate. In tempi di precariato assume maggiore valore la possibilità di poter imparare competenze nuove in un luogo di lavoro. La crescita professionale diventa uno dei punti di forza degli accordi verbali che il lavoratore instaura con l'azienda. "Con l'instabilità contrattuale, le aspettative del lavoratore riguardano il poter accrescere le competenze, perché è grazie a quelle che potrà ricollocarsi", spiega Francesco Avallone, docente di Psicologia del Lavoro.
Su che basi si poggia
Le promesse implicite del datore di lavoro possono riguardare il suo impegno a farti acquisire nuovi skills, a valorizzare le tue competenze, a coinvolgerti nelle decisioni e a informarti sull'andamento dell'azienda e sono anche la base del cosiddetto contratto psicologico. Se ciò non dovesse accadere tale contratto può considerarsi disatteso e l'impatto psicologico sul lavoratore può essere forte, con disturbi psicosomatici e sensi di colpa per aver avuto troppe aspettative.
Come si imposta
Giudica in modo obiettivo l'azienda per la quale lavori senza farti illusioni sulle possibilità di carriera, ma valuta in modo concreto le opportunità che ti vengono offerte. Inoltre il contratto psicologico deve essere flessibile: se ti è stato promesso un aumento di stipendio, ma l'azienda è in crisi non aspettarti che l'accordo verbale venga rispettato.
Come tutelarlo
Se il capo non ha mantenuto le promesse fatte, parlane con lui: se si attiva per risolvere i problemi è un segnale positivo e anche il tuo impegno e le tua motivazione si potenzieranno. Ma se rifiuta il confronto "ricalibra le aspettative: molti fanno coincidere il proprio valore individuale con quello professionale, e se qualcosa va storto crollano. Ma l'autostima non dipende dal riconoscimento che ti viene dato sul lavoro: ricordalo", sottolinea Stefano Paneforte, psicologo del lavoro.
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