Cosa succede quando a 29 anni scopri di avere un tumore al seno. La storia di Olivia

Olivia a 29 anni ha scoperto di avere un tumore al seno. A Cosmo racconta come la diagnosi precoce le ha salvato la vita

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È un controllo come tanti. Con me ci sono la mia mamma e la mia migliore amica, venuta a trovarmi da lontano. La dottoressa appoggia la sonda sul gel freddo. Un secondo dopo cambia faccia. Lo capisci subito prima che accada, che qualcosa sta per travolgerti come uno tsunami: è come se l'aria nei tuoi polmoni invertisse la rotta. Io comincio a boccheggiare ancora prima che la dottoressa dica qualcosa. Dentro di me già so che non sarà facile. Di nuovo. 

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Ho 29 anni. E la dottoressa successiva suda freddo quando è costretta a dirmi che nel mio seno destro c'è una massa che non le piace neanche un po'. Anche perché nel frattempo un esame citologico mi ha già avvertita che la "cosa" è quasi certamente maligna. Ho una spalla su cui piangere, più d'una: le mie amiche fanno a gara per accompagnarmi alle visite.  

E piango, sì, certo che piango: non provo ancora dolore, non soffro ancora fisicamente. Ma il mio cervello è attualmente impegnato in voli pindarici decisamente poco costruttivi. Cioè, io sono una che già si ammazza di pippe mentali nel quotidiano; e sono fornita oltretutto di una discreta dose di ipocondria cronica, forse inevitabile date le mie già precedenti esperienze ospedaliere. Ecco, metti insieme l'ansia perenne, le paranoie che ti si siedono accanto come fossero tue amiche e l'ipocondria a manetta, ed ecco che booom! Con una miccia come il cancro, scoppia tutto. Eh sì, tanto l'hai già capito: cancro, tumore, carcinoma. Parole brutte. Che fanno paura. Ecco per cosa sto soffrendo, perché ho paura. 

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Non voglio morire. Riesco solo a pensare a questo. Eppure non so ancora niente. Forse è proprio questo che mi annienta: non sapere. Così, perdo la voglia di fare qualsiasi cosa. Compro una bella targa con su scritto "Sono troppo sexy per lavorare" e smetto di interessarmi alla quotidianità. Nel frattempo sono passati due mesi da quella prima ecografia. E ancora non so nulla di certo. Gli esami danno risposte contraddittore, prima è maligno, poi è borderline, poi è addirittura solo un'infiammazione, infine potrebbe essere molto più brutto di quel che sembra.  Sono invitata ad un matrimonio: mi precipito con le amiche a fare shopping per comprare un vestito adatto, che non so neanche se metterò più dopo quell'occasione. E mi compro un cappellino che nemmeno Queen Elizabeth. Canto al matrimonio. Canto a una cena con delitto. Suono pure il sax in un locale. 

Insomma faccio quasi finta che sia tutto normale. Vado a vedere la Tosca alle Terme di Caracalla. Vado al mare. Faccio uno stage di muay thai sulla spiaggia (una follia totale!). Eppure quella "cosa" è lì, nel mio seno destro, che non riesco più a guardare. È come se mi avesse tradita. Una delle poche cose del mio corpo che non odiavo. E che ora non sopporto più. Poi mi operano. Entro in sala operatoria senza sapere se ne sarei uscita con le stesse tette che qualche volta hanno fatto girare la testa ai ragazzi. Perché nemmeno i dottori sanno cosa potrebbe succedere. Quindi mi addormento e lascio la mia vita in mano a Dio. 

Quando mi sveglio loro, le tette, sono ancora lì, ma stranamente non è la prima cosa che mi interessa. Voglio solo vedere il mio compagno e la mia mamma, che nel frattempo non mi ha mai lasciata sola. Proprio come 17 anni prima. Devo aspettare ancora un mese prima di avere il responso definitivo: tumore maligno. Già, alla fine era cattiva, la "cosa". In fondo l'ho saputo dal quel primo istante davanti all'ecografia, 4 mesi e mezzo prima. Ma non cattivissima, per fortuna: ancora allo stadio iniziale e non infiltrante. I linfonodi sono a posto. E io me ne sono tornata a casa solo con un quadrante in meno, alias lo so soltanto io che manca, non si vede. E non si vede nemmeno la cicatrice dell'intervento, perché si confonde con le cicatrici precedenti.

Ho già fatto le mie congetture: se perderò i capelli, mi comprerò una parrucca per ogni mio colore preferito (e fra questi ci sono il viola, il rosa e il blu elettrico, ovviamente). E per ogni taglio che non ho mai osato fare. Poi mi comunicano che non dovrò fare la chemio, ma solo la radioterapia. Le mie preghiere sono state ascoltate, e le parrucche per stavolta le lascio al negozio. Così per quasi tre mesi, dopo il lavoro, me ne vado da sola in ospedale ad aspettare ore, per circa 30 minuti di immobilità sotto il macchinario. Sono tornati gli attacchi di panico, intervallati dall'ansia cronica. Giro con un thermos di camomilla. La radio mi fa star male: alterno antiemetici ad antiacidi. Ma non perdo i capelli. 

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E quando esco dall'ospedale, la sera, torno a lavorare. Finché lentamente mi spengo e finisce che mi metto a letto alle 18 di ogni santo giorno rifiutandomi di alzarmi. E pensando che uscire un paio d'ore per un ritocco alle unghie sia un incubo. Passano alcuni mesi prima di smaltire gli effetti negativi che la radio ha avuto sul mio corpo. Ma ho finito. Sono pulita. Sono viva! Ho le mie tette. E sto meditando un bel tatuaggio fra di loro per coprire i segni del centraggio della radio. Ogni scusa è buona.

Oggi, a cinque anni di distanza, ho quel tatuaggio (e un altro ancora...vale la regola del numero dispari, no?) e sto ancora prendendo ormoni per bocca, ma smetterò presto. Così smetteranno anche caldane, SPM da spavento, insonnia, gonfiori senza soluzione di continuità e digestione lenta per via del fegato ingrossato. Senza contare che forse riuscirò ad ammazzarmi di attività fisica e alimentazione corretta, senza ingrassare. Non vedo l'ora. 

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La morale della favola? Che senza quel controllo sarebbe andata molto, molto peggio. Che ora sto bene, grazie ad un'ecografia fatta con regolarità. E che se non avessi avuto amiche e affetti cari, se non avessi continuato a cantare, a tirare di boxe, a scrivere, a ridere della mia sfiga e a fantasticare sulle mie ipotetiche parrucche, davvero non sarei sopravvissuta. Dentro. Invece ho realizzato anche qualche sogno: rinascere, di nuovo, mi ha aiutata a prendere finalmente la patente A, a comprare una moto e a diventare una biker, come desideravo da bambina. 

O forse è la moto che mi ha aiutata a rinascere. Non saprei. So però che si può sopravvivere a questa vita soltanto in due modi: vivendola il più intensamente possibile e ridendo. Un controllo non sarà mai così terribile, se ci ridi su. Anche quando una fila infinita di studenti dovrà palparti le tette per completare il tirocinio. Chissà, magari in mezzo a loro ce n'è pure qualcuno carino...

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