Cosmo Olimpiadi! Tre is mei che uan, elogio del salto triplo

Parafrasando l'esordiente Stefano Accorsi nello spot di quel famoso gelato, meglio tre di uno.​ Abbiamo fatto una sabbiosa full immersion nella nobile disciplina olimpica del salto triplo con Marco La Rosa, preparatore atletico, e possiamo confermarlo. Perché la leggerezza, se non ce l'hai, la puoi sempre imparare.

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Premessa doverosa: in educazione fisica ho sempre avuto il minimo sindacale, per usare un giro di parole. Ciò detto, quando è stata lanciata l'idea di cimentarsi in una disciplina olimpica e di parlarne poi su Cosmo, la mia scelta del salto triplo è stata dettata più da manie di protagonismo che da un'attitudine particolare nei confronti di questo sport.

Mi spiego meglio: avete in mente il saltatore di triplo cubano Javier Sotomayor, quello che prima di saltare incitava la folla a battere le mani per aiutarlo a tenere il tempo? Ecco, quando sentivo nominare questa specialità atletica, la mente correva immancabilmente a questa immagine! Anche perché, il rito di Javier è stato poi ripreso da tantissimi atleti di questa disciplina, quasi fosse un mantra propiziatorio da fare prima della rincorsa. In realtà, il salto triplo è uno sport nobilissimo e tutt'altro che folcloristico, che richiede allenamento, abnegazione e grande forza fisica. 

Da sinistra: Stefania Sperzani, il coach Marco La Rosa e io, Marina Questa
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Marco, il mio mentore nonché Preparatore Atletico e Tecnico Nazionale di Atletica Leggera Olimpica e Paralimpica, mi spiazza subito con una rivelazione: i tre salti del triplo sono diversi l'uno dall'altro e infatti hanno nomi diversi: si chiamano nell'ordine hop, step e naturalmente jump. Arrivato alla zona di stacco, salti prima su un piede, poi sull'altro e infine a piè pari. Proprio come se ti cimentassi nel gioco del mondo: ti ricordi quello che facevi da bambino e in cui dovevi zampettare sull'asfalto da un quadrato all'altro con un piede, poi l'altro e alla fine a piedi uniti? È proprio questa la prima metafora che usa il mio "coach per un giorno", e forse forse la bellezza del salto triplo sta proprio nella magia di questa immagine della nostra infanzia.

Altra rivelazione: dopo quello di stacco (dalla pedana), è il secondo salto, non il primo, a dover essere il più potente, perché ti prepara a quello finale, a piedi uniti. Quindi se sei destro e vuoi dare un bel booster al tuo salto, devi partire col piede sinistro!

Insomma, solo provando riesci a capire quanto la sequenza di questi tre salti possa essere funzionale alla buona riuscita del triplo, ma anche quanto un'eccellente rincorsa serva per spiccare il volo. 

Per arrivare al punto di partenza con una buona riserva di energia, è necessario allenarsi nella corsa e avere una certa resistenza, altrimenti dopo pochi salti rischi di ritrovarti come me, senza riuscire a camminare per il mal di gambe per i successivi tre-quattro giorni... Per questo Marco ha fatto fare a me e Stefania (la collega-partner in crime in questa prova) un paio di giri di riscaldamento del campo con alcuni giovani atleti, anche paralimpici tra cui la giovane promessa della corsa sui 100 e 200 metri Simone Manigrasso, che ci hanno dato parecchi punti di distacco. Per non dire doppiate.

Altra cosa che ho imparato dalla mia esperienza sul campo di atletica è che non esiste leggiadria senza potenza: lo so, sembra un paradosso ma, pur essendo relativamente leggera, rivedendomi nel video in cui provo i salti mi sono sentita un sacco di patate. L'elasticità dei movimenti, che negli atleti sembra venire con naturalezza e senza sforzo, alla prova dei fatti si acquisisce solo con un duro allenamento! Non è questione di peso, ma di allenamento preparatorio, velocità e di ripetizione giorno dopo giorno della sequenza dei salti. Vedere qui sotto per credere (siate clementi)...

Ma c'è un'ultima caratteristica del salto triplo che la dice lunga su quanto questo sport sia davvero unico: se fai come si deve l'ultimo salto, il jump appunto, non puoi non cadere "di sedere" sulla sabbia, ma proprio di piatto! Impossibile non farlo, altrimenti non hai saltato nel modo giusto. Come spesso si dice, è tutta questione d'atterraggio. Ora, sfido chiunque a trovare un altro sport dove cadere nella polvere significa aver fatto bene! 

Una sequenza di cose da NON fare nel salto triplo

Morale? Io - che non vado in spiaggia perché odio la sabbia e che sono tendenzialmente antisportiva - ho finito per innamorarmi di questa disciplina. Chissà, di certo non arriverò mai a saltare 15 metri (che è più o meno la misura di un'atleta olimpica), ma forse forse, se mi impegno, posso superare il record personale della mia giornata al campo d'atletica di Assago: 5 metri... Vero Marco??? 

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