Giada Rossi alle Paralimpiadi di Rio 2016: il tennistavolo ha una grinta pazzesca

La storia di Giada Rossi, da promessa del volley ad atleta paralimpica del tennistavolo, con la stessa volontà di vincere

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Alle Paralimpiadi di Rio 2016, che iniziano il 7 settembre, ci sarà anche lei: Giada Rossi, rivelazione del tennistavolo con ottime probabilità di fare incetta di medaglie. Giocherà infatti sia nel singolo sia a squadre. La sua categoria è la Classe 2 femminile, quella con le disabilità non proprio più gravi, ma quasi (le classi sono 11, in ordine decrescente di handicap: le prime 5 sono riservate agli atleti in carrozzina, dalla 6 alla 10 a chi sta in piedi, l'ultima ai disabili mentali). Perché Giada, 22 anni, friulana di Zoppola (Pn) è tetraplegica. La sua storia, però, non è solo quella di un'atleta paralimpica, è quella di una ragazza che ha subito una delle peggiori sfortune che possano capitare nella vita ma che, nonostante tutto, ha saputo sfoderare una grinta incredibile, vivendo con tutta se stessa il vero spirito sportivo.

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Ha iniziato a praticare tennistavolo agonistico solo nel 2012, ma contro ogni pronostico in pochissimo tempo Giada è diventata una campionessa. «È stata una sorpresa anche per me!», racconta. «Ho iniziato ad allenarmi intensamente da gennaio dell'anno scorso in vista delle Paralimpiadi del 2020, ma poi tra settembre e ottobre ho ottenuto degli ottimi risultati vincendo un torneo internazionale e prendendo la medaglia di bronzo agli europei. Così mi sono qualificata per Rio 2016».

Il tennistavolo per Giada, in realtà, è stato il piano B. Fino al 2008 era una promessa del volley. Aveva 14 anni e stava per iniziare a giocare in una squadra regionale. Un grande risultato per lei. «Ho iniziato che avevo 6 anni e gli ultimi tempi facevo sei allenamenti a settimana per prepararmi al campionato: la pallavolo era la mia grande passione», racconta. Ma quel sogno è svanito drammaticamente insieme a una vita normale un giorno d'estate di otto anni fa, in seguito a una terribile fatalità.

L'incidente che ha cambiato tutto. «Era il 2 agosto 2008 ed ero felice, perché proprio quella mattina avevo ricevuto la convocazione per la stagione», ricorda. «Era caldo e ho fatto un tuffo nella piscina di casa dei miei in giardino». Dopo quel tuffo, tutto è cambiato. «Mi sono buttata e mi è esplosa la sesta vertebra cervicale. Non ho sbattuto la testa sul bordo, né sul fondo di cemento: è stato l'impatto con l'acqua». Giada è stata operata, è rimasta in ospedale due settimane e poi per 10 mesi in un centro per la riabilitazione. Tutte le cure, gli interventi e la fisioterapia, però, non hanno potuto cambiare la realtà: sarebbe rimasta su una sedia a rotelle. Chiunque si sarebbe lasciata abbattere, ma non lei.

La nuova vita in sedia a rotelle e la solidarietà dei compagni di scuola. «Quando ero nel centro di riabilitazione mi ha molto aiutato poter continuare gli studi», spiega. «Quell'anno iniziavo il liceo, e il mio istituto ha avviato per me un progetto pilota per non farmi perdere l'anno. Veniva un professore tutte le settimane a farmi lezione e a turno anche alcuni compagni di scuola, così quando poi sono stata in grado l'anno dopo di frequentare li conoscevo già tutti. È stato fondamentale, mi ha aiutato moltissimo. E se poi mi sono diplomata con 100 lo devo anche a questo». Non per niente, ora è iscritta all'università ed è piena di amici. «Anche s emi alleno in media 4 ore al giorno, trovo sempre il tempo di vedere le amiche, insieme organizziamo delle serate per vedere Grey's Anatomy, la nostra serie preferita». 

L'incontro con il ping pong agonistico Ed è proprio a scuola che Giada ha scoperto il tennistavolo: «Ho iniziato a giocare nel 2012 spinta dall'insegnante di educazione fisica, che è la presidente del comitato paralimpico tennistavolo in Friuli Venezia Giulia. I miei compagni andavano in palestra e io non potevo fare nulla, così mi ha detto: "Vieni a provare". Giada ci è andata e non ha più smesso. «C'è il gusto sportivo della competizione, ma giocare per chi ha una disabilità è anche un ottimo esercizio fisico e di equilibrio. E poi, entri in un ambiente diverso, dove ti puoi confrontare con altre persone di tutte le età - ci sono atlete anche di 50 anni e io sono la più giovane - che hanno i tuoi stessi problemi e con cui puoi confrontarti. C'è agonismo, perché è uno sport a tutti gli effetti, ma c'è anche molta solidarietà: ci si dà una mano. È un gruppo bellissimo».

Giocare a tennistavolo su una carrozzina, e con una invalidità così grave, non solo non è semplice, ma pone continui ostacoli, che Giada sempre con l'appoggio della famiglia, i suoi primi supporter, ha superato con una tenacia straordinaria. Migliorare la presa sulla racchetta, per esempio, è stato fondamentale. «Ogni atleta ricorre a una soluzione fai da te, io ho adottato una speciale fascia elastica con velcri che arrotolo sul manico, montata su un guanto da ciclista». Giada a casa ha un tavolo da gioco per gli allenamenti, che naturalmente è adattato alle esigenze degli atleti disabili. C'era però il problema di recuperare le palle durante gli allenamenti solitari. «Poi mio padre ha creato un sistema geniale con delle canaline che mi restituiscono le palline e adesso posso esercitarmi al servizio in completa autonomia», dice.

Ma il traguardo più grande in vista di Rio 2016 è stato prendere la patente e ottenere un'auto con gli ausili per la sua disabilità. «Ci ho messo tre anni, prima per varie difficoltà burocratiche, e poi per motivi anche economici. Modificare un'auto costa parecchio e purtroppo la regione aveva bloccato i contributi. Poi, per fortuna, è intervenuta la banca FriulAdria: è venuta a sapere di questa mia difficoltà e ha deciso di sostenere le spese degli ausili». Giada ha ottenuto la sua patente e a marzo è arrivata anche la macchina. «Io mi alleno tutti i giorni a Udine, a circa un'ora di auto da casa: prima dovevano sempre accompagnarmi i miei, ora ci vado in piena autonomia e riesco a caricare da sola la carrozzina senza problemi», dice.

Prima di partire pe le sue prime Paralimpiadi, Giada ha fatto diversi giorni di allenamento duro al ritiro con le sue compagne di squadra. Eppure, la qualificazione è arrivata così velocemente, che le sembra di vivere un sogno: «Ancora non ci credo!», confida. A Rio ci sarà come sempre anche la sua famiglia, che la sosterrà insieme a tutti gli appassionati del tennistavolo. A maggior ragione, però, questa volta a fare il tifo per lei e per tutti i match che ancora dovrà vincere, sarà tutta l'Italia. 

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