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E dopo aver sfacchinato per due giorni nel parco naturale di Canaima, ci spingiamo ancora fino al delta dell’Orinoco, il secondo fiume del Sud America dopo il Rio delle Amazzoni, che qui in Venezuela si butta nel mare. Per arrivare al nostro “campamento” (ce ne sono almeno quattro, tutti di buon livello) in mezzo alla giungla dovrete prima trovare il microscopico villaggio di San Josè de Buja (dopo tre ore di macchina da Puerto Ordaz oppure una da Maturin): da lì infatti partono le lance che vi porteranno a destinazione.

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Noi siamo state fortunatissime: eravamo le uniche clienti del nostro campamento, un posto tutto di legno, essenziale ma pulito, curato e con un intero staff ed una cuoca al nostro completo servizio (la mia amica è vegetariana – il che ha causato qualche difficoltà subito risolta) e soprattutto con il wifi satellitare gratuito, utilissimo per comunicare con il resto del mondo via social o WhatsApp, visto che il segnale GSM in mezzo al delta non arriva e comunque i costi del roaming dati sono proibitivi.

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La vita sul delta è molto semplice e rilassata, al contrario di Canaima: si torna sempre a mangiare al campamento, con pasti molto abbondanti e genuini (i succhi freschi e la frutta tropicale – i succhi freschi e la frutta tropicale!!! se ci ripenso mi viene l’acquolina in bocca) ad orari regolari e al ritmo della natura. La nostra cena, per dire, veniva servita alle sette, poi restavamo un po’ a dondolarci sulle amache e a guardare lo spettacolo del cielo mai tanto stellato, dopodiché dovevamo per forza andare a letto e dormire, perché alle dieci staccavano la corrente elettrica e comunque non era consigliabile restare con le luci accese a meno di non voler diventare il pasto principale per i mosquitos grandi come tacchini che appena arrivano i turisti dal sangue dolce si allacciano il tovagliolo e ringraziano sentitamente. A tale proposito, segnalo che il nostro Autan è l’equivalente della panna sul gelato, per gli insetti: molto meglio usare i prodotti locali, ben più efficaci. Noi ci siamo trovate bene con un repellente che si chiama Avispa.

Cosa si fa sul delta? Fondamentalmente, tre cose: si va a visitare un villaggio degli indios Warao, molto cordiali e sorridenti, che vivono in palafitte sul fiume senza telefono, senza tv, senza internet, ma in compenso ti sparano ad altissimo volume il reggaeton (musica caraibica un po’ tamarra) e Gangnam style dalla mattina alla sera; si va a pesca di piranha con delle canne da pesca rudimentali al cui amo si attaccano pezzettini di carne rossa e poi si “strappa” quando senti che tirano (io ne ho preso uno, piccolo, prontamente ributtato in acqua per pietà – alcuni turisti se li fanno preparare come cena); si va in esplorazione della giungla via terra, muniti di stivaloni di gomma forniti dal campamento perché state tranquille che prima o poi finirete nel fango fino alle ginocchia (se vi va bene, io ci sono finita praticamente tutta – ma io sono un caso da studio di imbranataggine).

Per questa escursione dovrete portarvi pantaloni lunghi e magliette a maniche lunghe, oltre che un paio di calzettoni in cui infilare il bordo dei pantaloni, altrimenti le punture di zanzare vi ridurranno simili al quiz “Che cosa apparirà?” della Settimana Enigmistica. Il resto del tempo è occupato dai trasferimenti in lancia, durante i quali si ammirano tantissimi animali: uccelli meravigliosi di ogni tipo, dai pappagalli ai tucani agli ibis scarlatti ad altre specie tipiche della zona, scimmiette urlatrici, delfini rosa e delfini nani… Durante la stagione delle piogge ce ne sono un po’ di meno perché c’è meno superficie su cui possono muoversi, ma vi garantisco che per una cittadina metropolitana come me sono stati comunque più che sufficienti!

Due giorni sono più che sufficienti per farsi un’idea della biodiversità tropicale e della vita a ritmi lenti sul delta dell’Orinoco. Quanto di più diverso ci si possa aspettare rispetto al caos ed all’inquinamento di Caracas!

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