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Vedere due oceani in meno di un giorno non è cosa da tutti. Ci siamo addormentati con la risacca del Pacifico per ammirare il tramonto, la sera dopo, sull'Atlantico. Cuba è una vecchia signora. Decadente e fieramente non omologata. A due passi dalle coste della Florida, dove la bevanda alla caffeina si chiama Tu Cola e non esistono le catene commerciali. Chiusa nel guscio di un embargo che dura dal 1959. Conta tre monete: usata dai locali per acquistare beni di prima necessità. Quella per i turisti. E l'euro il cui cambio non è dei più vantaggiosi.

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Raggiungiamo l'hotel Telegrafo, in stile retrò come le più affascinanti strutture dell'isola, sulla piazza Josè Martì, eroe della rivoluzione in cui è facile incappare ovunque in un busto. E il viaggio all'Avana, luogo unico al mondo ha inizio. Con la stanza 116, di un hotel che riporta a un mondo che non c'è più.

Cuba ci vuole poco ad amarla ma molto tempo per capirla. È una verità condivisa dai cubani ma il cui concetto afferriamo una volta rimasti soli, su Calle Obispo, così chiamato perchè qui si trovava la sede dell'arcivescovado ed era consuetudine incontrare gli arcivescovi a passeggio sulla via per uno struscio. E' come se sopra la nostra testa ci fosse una scritta luminosa “Turisti”: tutti ci fermano, attribuendoci le più disparate nazionalità.

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E se, per caso, si commette l'errore di rispondere non si riuscirà più a camminare da soli. Arriveranno come frotte di mosquitos per presentarsi e cercare compagnia. Da soli o in coppia. E' tipico dei cubani “attaccare bottone”: se funziona, rimedieranno un pasto caldo o un rum ghiacciato. Vogliono portarti nelle loro zone convincendoti che non è quello il centro che stai cercando. Basta sorridere e tirare dritto: troveranno nuovi spunti e altre nazionalità alle vostre spalle. Il tempo è tiranno ma le attrazioni da vedere sono numerose.

Percorso il calle Obispo, dopo la sosta per un daiquiri al Floridita, amato dal vecchio Ernest Hemingway che aveva battezzato il locale con lo slogan “un daiquiri al Floridita e un mojito alla Boteguita (ndr. Del Medio)”, si raggiunge al termine della via l'hotel dove Hemingway soggiornava: Otros Mundos, dove dalla terrazza si può abbracciare una vista stupenda della baia e sul malecon. Nell'hotel, al quinto piano, la stanza 511 è diventata un piccolo museo. Hemingway aveva una stanza pagata lì, pur vivendo sul mare, per evitare le ire della moglie ogni volta che tornava sbronzo.

C'è un altro hotel che riserva sorprese sul calle Obispo. Al numero 252, svetta il maestoso Palazzo Gomez, trasformato in Hotel Florida nel 1885. E ancora la Drogheria Taquecel, tuttora funzionante con anfore, alambicchi e scheletri attrazione dei turisti, il pittoresco Cafè Europa, dove un bocadillo jamon e queso costa 15 pesos nazionali corrispondenti a trenta centesimi di euro, ma anche la vezzosa Estetica Canina y Felina, dove cani e gatti avaneri fanno toilette tra le vetrine del centro.

Se le sette piazze da quella della Cattedral alla Vecchia, su cui, oltre alle varie botteghe si affaccia il locale dove ancora oggi suonano “i sopravvissuti e le nuove leve” del Buena Vista Social Club, riportano ai fasti della dominazione spagnola, per ripercorrere le gesta successive alla liberazione del 1959 da parte dei rivoluzionari, bisogna spostarsi al Museo della Rivolution. Nel parco, resti di aerei spia statunitensi e un SAU 100, carro armato sovietico, usato da Fidel durante la cruenta battaglia sulla Baia dei Porci, episodio che ispirò il film 13 giorni con Kevin Costner.

L'icona di Che Guevara, quella classica presente in tutte le cartoline, si trova su Placa de la Revolution e svetta accanto a quella nel palazzo adiacente di Josè Martì. Qui, ogni notte una luce di una stanza all'altezza del basco, resta accesa. E' quella del suo ufficio, quando fece parte del governo cubano. E, dove l'espressione “hasta la victoria siempre” assunse il senso che doveva avere. Quello della libertà. In tutte le sue forme.

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